Analisi di: Serpe (kobr’Akai)- “Serpe Zoo” (Prod. eS)

INFORMAZIONI, ANALISI E INTERPRETAZIONE

“Serpe Zoo” è una canzone prodotta dal dj bolognese eS, rappata da Serpe, del collettivo Kobr’Akai (Mattak, Serpe, Caveman, eS). La base è composta da quattro quarti, accompagnata da pianoforte e basso. Il video è illustrato dallo stesso Serpe. L’album nel quale il brano è inserito è “Ultimo viene il corvo EP” (anno 2016).

Impressionante quanto questa canzone riesca a riunire un contenuto profondo e metaforico con uno stile (incastri, rime al mezzo e allitterazioni) e un flow davvero particolari: quel che ne risulta è un mix perfetto.

Questo pezzo è costruito sotto forma di racconto di una sorta di storiella per bambini, animata da un video (a cura di Serpe stesso) a mo’ di cartone animato. Ma in realtà il testo è carico di significato drammatico e allegorico e, attraverso il racconto di situazioni inerenti al regno animale, rimanda a difficoltà interrelazionali con altre persone, a ipocrisie nell’atteggiamento generale, a scarichi di responsabilità e colpe da parte di altri sugli altri. Il regno animale, in breve, sta per la società.

La prima parte del ritornello chiarisce bene questa denuncia:

“Per riuscire a vivere, per sopravvivere, tra queste bestie, non basta ridere, nemmeno scrivere, sai che serve? D’esser silenziosi e infidi come una serpe, avere il sangue freddo e essere viscido, come una serpe…”

L’atmosfera evocata è cupa e malinconica, e nella narrazione vi sono diversi habitat mescolati insieme (tra questi “Nubi nere… Riva spoglia… Mare che gorgoglia…  Grigio… Bivio …Declivio basso… Palude… Tra le canne … Terreno arso, di sangue cosparso…Torrente… Foce“).

Il soggetto che narra in prima persona nella canzone è raffigurato sotto forma di una serpe (che, non a caso, è il nome d’arte del rapper che l’ha scritta). Il protagonista nel video, coerentemente con quanto esprimono le parole della canzone, viene descritto nel compiere un tortuoso percorso, nel quale incontra una serie di animali con cui o combatte o fa “buon viso a cattivo gioco”, salvo poi pugnalarli alle spalle.  Metafora della vita e delle difficoltà che si incontrano nel percorrerla, perlopiù causate da persone viscide e opportuniste: quella che l’artista descrive è una sorta di incubo, allucinazione distopica, un mondo immaginario col quale si trova costretto a convivere.

Eloquente è una rima collocata nella parte finale del testo: “Assomiglia a una distesa d’occhi che mi fissa, che mi piglia, io ricambio intensamente, tutto il cielo brilla”.

La costruzione allegorica da regno animale a mondo umano avviene tramite l’incontro di Serpe con animali che, nel più dei casi, nella cultura tradizionale assumono un ruolo specifico nel rimando a vizi e virtù degli esseri umani.

Tra quelli citati ci sono squali, granchi, sanguisughe, scimmie, farfalle, un leone, un coniglio, un rinoceronte, cani, salmoni e volpi.

A mio avviso, quelli degni di una maggiore attenzione sono: la fenice, animale mitologico che incarna il concetto di resurrezione/ rigenerazione (“Come la fenice che sparge le ceneri appena rinata, per timore di dover ancora morire bruciata”), il lupo (“Un lupo ha fame, vive sul catrame ed il mio sangue agogna”), il leone (“re di questa giungla  dice, ma a me sembra più un coniglio”), le volpi (“flagello di stolti”).

Una delle critiche, abbastanza velata ma riconoscibile, più interessanti di tutto il pezzo è indirizzata alle forze dell’ordine: “Predatori, poi attori, destinati ai rudi cori, si credono forti perché indossano stessi colori, pessimi tutori della quiete, porci siete porci rimarrete, vogliono ingiustizie e placano la sete”.

La strofa che precede l’ultimo ritornello è un capolavoro.

La riporto integralmente:

“Pesi sulle spalle, pressioni sul costato, intrappolato in questo ciclo pressoché infinito, il guaio è che di soluzioni non ne tengo un paio, uroboro, mi ingoio dalla coda e scompaio”

Non vedendo via di scampo, la nostra serpe ingoia il suo stesso corpo e scompare. In questa parte il rapper attinge alla figura mitica dell’uroboro, il serpente che si divora dalla coda, simbolo usato da millenni in molte culture e tradizioni, ripreso anche da Nietzsche, che simboleggia molti concetti, quali l’eterno ritorno e la ciclicità della vita.

Secondo la mia interpretazione il senso ultimo del messaggio veicolato da questa canzone è una triste quanto veritiera considerazione generale sull’atteggiamento delle persone, ovvero quella per cui il più delle volte il vivere le relazioni personali con ipocrisia, utilitarismo e rendiconto personale può far vivere meglio. Quantomeno in apparenza.

uroboro

“…Di sfruttare gli altri e dar la colpa agli altri, come gli altri, mettere in cattiva luce gli altri, come tutti gli altri”.

– Giacomo Helferich

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