Disobbedienza civile (Henry Thoreau, 1849 )

Apriamo la rubrica di Letteratura con la recensione di un’opera che, a nostro avviso, calza a pennello con lo spirito profondo del nostro sito, presentando un testo quanto mai attuale e profondo, nella sua complessità e bellezza.
“Disobbedienza civile” è un saggio pubblicato da Henry Thoreau, scrittore statunitense, pacifista e paladino dell’ambientalismo ante litteram, nel 1849, un anno dopo la stesura.
Pur essendo una persona schiva e introversa, Thoreau dimostrò grandissima attenzione a ciò che stava succedendo nella sua nazione, gli Stati Uniti di metà secolo.  Nel 1848 gli USA erano in conflitto con il Messico e pochissimi anni dopo riuscirono a strappare al loro vicino la California, il New Mexico, l’Arizona, il Texas e altre grandissime porzioni di territorio.
Il saggio dimostra la straordinaria umanità e la profondissima coscienza di Thoreau: sui banchi della scuola di pensiero anglosassone incentrata sull’individuo, sulla propria coscienza e sui diritti e doveri nella collettività, il filosofo statunitense espresse la sua posizione, condannando lo schiavismo, la violenza e i soprusi da parte dello stato e della maggioranza nei confronti di una coscienza individuale.  Thoreau propone una forma di boicottaggio pacifico nei confronti dello Stato: nel momento in cui esso agisce contro la coscienza individuale, legittimando il sopruso e il possesso dell’uomo sull’uomo, sacrificando le vite dei suoi cittadini per interessi economici e di terze persone, un individuo deve appellarsi a ciò che ritiene giusto per fermare la macchina del potere. È per questo motivo che Henry, o per meglio dire la coscienza di Henry Thoreau, si rifiutò di pagare una tassa  destinata a finanziare il conflitto contro il Messico.  Arrestato, trascorse una notte nella prigione del proprio paesino del Massachusetts, Concord. Il giorno seguente fu liberato. Quest’esperienza gli fu fruttuosa nell’espressione del proprio originalissimo e umanissimo pensiero. Attenzione: non lo si trasformi in un anarchico e non lo si legga con dei filtri anacronistici. Thoreau, benché sostenga che “il miglior governo sia quello che non governa affatto”, non lascia spazio alla lotta armata nei confronti dello Stato, che non è neppure “il problema e la causa di ogni male” , semmai un ente a cui è necessario resistere e che va boicottato qualora entri in contrasto con il sentore della nostra interiorità. Egli difende, a spada tratta (arma forgiatasi nella migliore tradizione inglese/anglofona nei secoli, in una fucina attiva dalla Magna Charta in poi, produttiva come non mai nella Rivoluzione Inglese, passata attraverso momenti di crisi ma mai chiusa) l’individualità e la libertà di coscienza. Protegge ed esalta la coscienza individuale, la riflessione, la morale personale purificata da ogni relativismo o egoismo. Nonostante ciò, l’autore di questo saggio rimase quasi completamente inascoltato per decenni e decenni. Stiamo parlando di un laureato a Harvard, si tenga a mente ciò.
L’opera presenta un punto di vista complesso e apparentemente in contraddizione con la semplicità e la naturalezza dello stile tramite il quale è scritta. È la coscienza del filosofo statunitense a farci riflettere sull’orrendo mostro della schiavitù, in un momento storico in cui gli Stati Uniti, la “terra degli uomini liberi”, mantenevano una struttura economica in evidente contraddizione con i principi costituzionali. Vale la pena, dopo quasi centosettant’anni, rileggere le righe scaturite dalla penna di un uomo coraggioso, che espresse il proprio singolarissimo pensiero in uno dei momenti spartiacque nel coloratissimo arazzo della storia americana? Cosa possiamo imparare da un borghese disposto a difendere “strumenti parlanti”, da un pessimo cittadino arrestato per evasione fiscale, da un sovversivo codardo che rifiutava di combattere e di fare il proprio dovere? Quasi due secoli dopo, le sue parole ci parlano, colpiscono il sistema nervoso della nostra coscienza e ci inducono a riflettere sugli sviluppi storici che seguirono e sopravvissero a Thoreau.  Henry Thoreau non visse abbastanza per vedere la fine della Guerra di Secessione. Le sue parole furono lette da Martin Luther King e poco più di un secolo dopo la guerra civile gli Stati Uniti posero fine alla segregazione razziale. Cinquant’anni dopo Martin Luther King, il primo presidente afroamericano. È grazie a persone come il signor Thoreau se oggi possiamo riscoprirci umani senza ricorrere a violenze, se possiamo riaffermare la nostra individualità senza sopraffare quella altrui, se possiamo infine considerare giusto lottare per la propria coscienza e per porre fine all’abbrutimento dell’uomo e al sopruso dell’uomo sull’uomo.
Concludiamo, con il cuore scaldato dalla lettura, fieri di poter inaugurare  questo iter, con una citazione di questo grande, umano e profondo uomo fra gli uomini.  Per ricordare, in tempi disumanizzanti e spersonalizzanti come i nostri, quanto la difesa della propria individualità e della propria coscienza ci rendano agenti storici e ci migliorino come persone.  Grazie mille, signor Thoreau, per il suo grandissimo contributo. La sua voce non rimarrà inascoltata.
“Non è tanto importante che siano in molti a essere buoni come te, ma che esista da qualche parte qualcosa di buono in assoluto; sarà questo a influenzare l’intera massa.”

Leonardo Mori

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