Il confessore

Non so dire esattamente quando tutto è cominciato. Da piccolo mi divertivo un mondo ad afferrare il naso delle persone e a tirarlo, in realtà volevo strapparlo via per sapere cosa ci fosse sotto. Già a quell’età ero convinto che la pelle fosse un semplice sacchetto destinato a contenere quell’insalata mista scondita che chiamiamo corpo. Tuttavia mi domandavo se l’interno del suddetto sacchetto fosse più simile a delle arance o a della salsa al pomodoro.

Questo mio dubbio, questa mania, mi restò attaccata ogni istante della vita. C’era qualcosa che non capivo in quella pelle, in quella facciata intonacata che non mi lasciava intravedere la vera essenza delle persone, il loro vero essere ed il loro reale colore.
La situazione cominciò a prendere una piega diversa dopo la rottura con Elisa, che mi mollò dopo avermi sorpreso a spiare all’interno delle sue narici, mentre dormiva. Dopo un periodo confuso e di consueta depressione, in cui preso dallo sconforto mi tatuai sulla schiena la parola “spiedino”, senza motivo, per dimostrarmi che potevo farlo, giunsi finalmente a quella che amo definire la mia meta conclusiva. Fu infatti in questo difficoltoso periodo che conobbi Gesù. Inizialmente fu un rapporto platonico in cui lui mi portava fuori a cena e io pagavo il conto, ma ben presto qualcosa sbocciò tra noi due. Lui mi insegnava che se volevo veder chiaramente ciò che si annidava dentro le persone dovevo lasciar perdere tutte quelle idee riguardanti la pelle.
-La pelle lasciala a gli estetisti caro mio, il vero essere è nello spirito.- Diceva sollevando un bicchiere d’acqua che come sempre, curiosamente, sembrava inebriarlo.
-Ma..-
-Lo so.- Sollevando la mano destra per fermare i miei dubbi. -E’ difficile da accettare per uno come te che pensa che l’essenza dell’uomo sia simile a un barattolo contenente succo di pomodoro.- Io annuivo. -Ma devi comprendere che hai commesso un’errore alla base del tuo ragionamento. L’essenza umana non è come succo di pomodoro bensì come un sacchetto di arance .-

-Sono sempre stato indeciso tra le due possibilità.- Cercai di scusarmi.
-Questo è lo scontro eterno tra bene e male.- Mi rispose lui comprensivo.

Gesù m’insegnò a ignorare quel corpo che tanti interrogativi generava in me e m’introdusse allo studio e all’osservazione dello spirito. Quando anche lui mi mollò, a causa di una partita a monopoli in cui mi rifiutai di cedergli Corso Magellano, decisi che avrei comunque continuato le mie indagini. Superai la rottura con una maturità a cui non ero abituato e anche se passai sedici giorni a letto a maledire il mio nome, in fin dei conti, tutto si risolse nel migliore dei modi.
Era ovvio, la mia ricerca doveva spostarsi sul versante spirituale e psicologico ma mi mancava ancora il metodo con cui ottenere informazioni. La risposta giunse, ancora una volta, da Gesù. Passò infatti da casa mia, qualche settimana dopo la rottura, un prete di mezza età chiamato Valerio che doveva recuperare la roba lasciata dall’amico. L’ometto, dopo essersi caricato in spalla un numero incredibile di altarini, statuette e cerini, si voltò verso di me.
-Gesù mi ha detto di lasciarti il confessionale, dice che ti sarà utile.- E il regno dei cieli si spalancò davanti ai miei occhi. Con quello strumento, che avevo ignorato completamente e stavo utilizzando come voliera per falene, avrei potuto assorbire i più reconditi pensieri e peccati dell’animo umano e mi sarei così avvicinato al succo di quelle arance, che per Gesù componevano l’essenza del mondo.
Non appena padre Valerio ebbe lasciato la mia abitazione mi caricai in spalla il confessionale e lo portai all’esterno, sul marciapiede. La prima cliente, tuttavia, arrivò solo in serata. Si trattava di una vecchietta austera e rigida che prima di entrare nel confessionale lo osservò e vi girò intorno per una buona mezzora. Non fui in grado di trarre grandi informazioni da quella prima cliente ma da qualche parte si doveva pur iniziare. Inoltre feci una così buona impressione che il mattino successivo trovai davanti al confessionale una fila sterminata di vecchiette, affiancate da innumerevoli autobus che saettavano a prelevarle dalle case di riposo per condurle su quel marciapiede. Soddisfatto da questo palese successo mi vestiì in fretta e furia e cominciai a compiere il mio lavoro di confessore.
Per mezza giornata ascoltai confessioni e assolsi peccatori, neanche mi accorgevo del sole che modificava la sua posizione e nemmeno percepivo il caldo d’inizio estate. Le vecchiette al contrario si accasciavano a terra, ritmicamente, in preda ad attacchi di sonnolenza, per poi scattare in piedi urlando:
-E’ il mio turno, tre etti di crudo, un’aspirina e due caffé.- In alcuni casi scoppiavano delle vere e proprie liti, il caldo rendeva tutti nervosi e ogni vecchietta cercava un modo per superare chi aveva davanti, magari sfruttando quell’anno in più che la rendeva più anziana e rispettabile, con il ben noto “porta rispetto ai più vecchi.”; o la teatrale recita di un malore. Tutte erano pronte ad azzannarsi pur di consegnarmi, prima di altre, la loro confessione. I litigi si fecero così frequenti che dovetti istituire una forza di polizia con competenza su tutto il marciapiede. Era composta dalle vecchiette che più di altre si erano dimostrate affidabili ed aveva il compito di prevenire le liti e risolvere le controversie.
Continuai a confessare et assolvere fino a quando il sole non cominciò a velarsi di nubi rosacee e arancioni. Cacciai la testa fuori dal confessionale per avvisare che le confessioni sarebbero riprese l’indomani mattina, ma qualcosa di particolarmente colorato attirò la mia attenzione: si avvicinavano, infatti, due personaggi con vesti rigate di blu, giallo e rosso, di stampo spiccatamente rinascimentale. Tra le vecchiette si diffuse un chiacchiericcio nervoso e persino la mia polizia sparì rapidamente tra la folla.
-Ci manda il santo padre.- Disse una guardia svizzera appena giunta davanti a me.
-E’ un piacere avervi qui.- Risposi coinciliante.
-Gira voce.- Riprese lui. -Che qui si stiano svolgendo attività confessorie non autorizzate.-
-Il confessionale non è mio, è di Gesù, ha deciso di lasciarmelo dopo avermi mollato.- I due gendarmi si guardarono sorridendo.
-Gesù non è interessato a gli uomini come te, a lui piacciono alti, biondi e puri.-
-Mica è un nazista.- Il loro sguardo s’indurì.
-No, non è un nazista.- Ci fu un momento di silenzio in cui il bisbiglio delle vecchiette sembrò l’unica vibrazione in grado di tenere insieme l’universo. -Dunque, penso che sarebbe meglio ispezionarlo, questo confessionale.- Inizialmente non compresi la frase, alla fine si trattava solo di una scatoletta di legno a misura umana.
-Fate pure.- Una delle guardie mi passò dietro, entrò nel confessionale e rovistò per vari minuti.
-Ahi ahi ahi.- Borbottò dopo un attimo di completa immobilità.
-Cosa hai trovato?- Chiese l’altro.
-Ahi ahi ahi.-
-Cosa c’è?-
-Eh questo è un bel problema.- Uscì fuori dal confessionale tenendo tra le dita, come fossero pinzette, una fotografia che mostrò prontamente al collega.
-Ahi ahi ahi.- Fece appena la vide.
-Ahi ahi ahi.- L’altro fece eco. -Ti dice niente questa fotografia?- Mi passò l’immagine, era la foto della statua di Giordano Bruno in Campo dei fiori, a Roma.
-E’ Giordano Bruno, ho anche visto dal vivo questa statua. La foto però non è mica mia.- Feci per ridargliela ma con un gesto secco mi fece capire che avrei potuto tenerla.
-Dunque non è tua.- Disse sarcastico. -Anche quella è di Gesù?- Le guardie cominciarono a girarmi intorno lentamente e se non fossi stato un meraviglioso paranoico, probabilmente, nemmeno avrei notato i loro movimenti.
-Oh no, certo che no.- Realizzai in quell’istante che se la foto non era mia e nemmeno di Gesù doveva essere stata messa nel confessionale dalla guardia. -Fermi tutti, sei stato tu a mettere questa foto nel confessionale, Giordano Bruno, ma perchè?- Scoppiai a ridere, improvvisamente mi sembrò tutto uno scherzone ben riuscito.
-Io non ho proprio fatto niente.- Rispose la guardia con il massimo di ostilità possibile.
-Ma dai, mia non è, di Gesù non è, di qualcuno dovrà pur essere.-
-Infatti, è tua.-
-Va bene, se ci tieni tanto a regalarmela.- In pochi istanti l’altra guardia mi afferrò gettandomi a terra.
-Ha confessato, è sua.- Cominciò ad ammanettarmi.
-Cosa? Ma è assurdo? Cosa cazzo sta succedendo?-
-Sei in arresto per aver professato pratiche confessorie senza l’autorizzazione del santo padre e per aver conservato e diffuso materiali eretici.-
-Ma che cazzo di materiali eretici?- strillai tentando di dimenarmi.
-La foto è una prova più che sufficiente, chi lo sa, magari ti masturbavi davanti a quella immagine nominando l’oscuro signore, sei erotico.-

-Eretico.-

-Sì, quello.-
-Ma voi siete pazzi, siete pazzi.-
-In marcia.- Con uno strattone mi fece alzare in piedi e cominciò a sospingermi lungo la strada, mentre le vecchiette iniziavano a disperdersi. -E’ lunga fino a Roma.-
-Possiamo prendere il treno.- Balbettai in preda alla confusione. Le due guardie si scambiarono uno sguardo intristito.
-Non ho mai visto una guardia svizzera in treno.- Bisbigliarono scuotendo la testa. -Neanche in bicicletta in fin dei conti.

– Andrea Pezzotta

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