Loro 2 – Recensione

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A primo impatto, il titolo della seconda parte dell’ultima opera di Sorrentino potrebbe sembrare poco coerente. Più che degli ipotetici ‘loro’, l’ultima parte del dittico ci mostra un Lui, sempre presente, imponente, sotto qualsiasi luce e dietro qualsiasi ombra della pellicola. Anche quando vengono mostrati gli altri protagonisti, impegnati in diatribe, vessazioni, complotti, o personaggi apparentemente slegati alla trama (sempre se di trama si può parlare), Berlusconi c’è. Sempre. Ma è qualcosa non propriamente assimilabile a un burattinaio, o a un re che tutto vede e tutto amministra dall’alto della sua villa-roccaforte. Viene raffigurato un Berlusconi che ha a che fare con uno dei più esecrabili e classici drammi umani: la solitudine e la vecchiaia. Viene meno il suo sorriso/marchio di fabbrica, per quanto condito da festini, luci e ragazze in gonne succinte. Insomma, il nostro protagonista si rende conto di non essere nessuno se non è circondato dai feticci che lui stesso ha plasmato, se questi stessi feticci non lo riconoscono più. Ecco che nascono Loro.

Il tipo di taglio che Sorrentino ha voluto dare a questa parte è ben diversa dalla prima, ed è una differenza che si nota soprattutto in virtù della divisione tra Loro 1 e Loro 2; in ogni caso, è impossibile prescindere che “Loro” è un’unica opera, e che come tale va analizzata. La tipologia di narrazione che cambia dalla prima alla seconda parte, quindi, va considerata come un’evoluzione filmica che va a braccetto con quella del suo protagonista.

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Alla pellicola va riconosciuto il forte carico simbolico che porta con sé: personaggi come lo Spagnolo, una splendida Veronica Lario interpretata da Elena Sofia Ricci, le esagerazioni da Caligola, l’inno del PDL cantato da una miriade infinita di veline sono soltanto alcuni esempi degli elementi che sono di potente impatto visivo e di contenuto. Lo spettatore rimane per lo più con le mani in mano, o sui capelli, a prescindere da quanto vi stia simpatico Silvio Berlusconi e l’entourage che si è portato dietro dal 2006 al 2011.

Nonostante i continui (e nel film, per quanto sono dilatati, sembrano letteralmente infiniti) tentativi di mantenere il proprio “trono”, ovvero sé stesso, Servillo ci mostra un perdente: qualcuno che non riesce a vincere le tante sfide che si è posto e che sembra aver superato nel corso degli anni. Si fa chiamare Augusto Pallotta, un fittizio piazzista che parla dalla cornetta, per dimostrarsi come ‘il venditore dei sogni’ dei bei tempi che furono, si circonda di ragazze per poi addormentarsi con gli occhiali da sole su una di loro mentre vi condivide un ballo, viene descritto come un uomo dall’alito vecchio, “né profumato né puzzolente, solo da vecchio”, conquista un governo tramite l’acquisto di sei senatori per poi vedere il suo castello infranto dalla moglie che vuole il divorzio, dal suo cantante personale naufragare all’Isola dei Famosi, e, per ultimo, dal terribile terremoto che toglie quelle ultime luci dei riflettori che ancora puntavano su di lui. Poco importa se promette ad una vecchia signora dell’Aquila che ha perso casa e dentiera: nell’ultimissima parte del film non c’è più spazio per Lui, per il profano che lo aveva circondato e la frenesia che serviva a mantenerlo vivo. Berlusconi muore, in senso figurato ovviamente, allo stesso modo in cui è morta la statua del Gesù (ancora intatta) tirata fuori da una chiesa crollata. E’ qui che il ritmo del film si spezza: la statua sulle macerie viene appoggiata accanto ad altre, i pompieri che semimmobili fanno una pausa tra gli edifici crollati, in cerchio. Nessuna parola, nessun gesto particolare: soltanto volti e uno spiccato senso di realismo che chiude la pellicola e fa partire i titoli di coda.

– Alessandro Barbetti

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