Love – Recensione

Gli uomini primitivi se ne stavano attorno al fuoco a farfugliare, “gugu gaga”, e parlavano d’amore. Nel Duecento c’hanno pensato gli stilnovisti, poi Leopardi, un po’ meno ottimista a riguardo, Chagall l’ha dipinto, blu e fluttuante com’è, e ancora l’argomento non si è esaurito. Nel 2015 Gaspar Noé ha deciso di fare un film sull’amore e di chiamarlo ‘Love’. Non si è scusato per un titolo così poco articolato. Perché avrebbe dovuto? Basta il film a mettere a tacere qualsiasi accusa di banalità. Il discorso non è mai banale purché si parli d’amore, e a patto che si tratti l’argomento scegliendo una prospettiva originale: il taglio di Gaspar Noé è “erotico-drammatico” (Google colloca il film entro questa categoria), poiché in ‘Love’ c’è eros (tanto) e dramma (altrettanto), così come nell’amore.

 

Un personaggio di Stefano Benni, un poeta, in Di tutte le ricchezze lo chiama “maudit”. Mannarino lo canta: è malamor. Gaspar Noé lo sviscera sulla pellicola, l’amore, e pone due personaggi, Murphy ed Electra, a interpretarlo. “Sviscera” perché il regista fa vedere i visceri del sentimento, non lascia niente di non detto, tantomeno la sessualità, che è vivida, grafica e protagonista. Perché rinunciarci, d’altra parte? L’amore di cui parla Noé è quello che ognuno di noi ha sentito almeno una volta, e chi manca all’appello è invitato caldamente a rimediare. E a rovinarsi la vita, certo, ma il gioco vale la candela. Garantiamo noi rovinati. È un amore di carne e di pensieri, legame assoluto per cui l’uno si imbeve dell’altro e poi si rarefà nell’altro e nell’atmosfera, è il troppo amore. Sul serio, è troppo. Così grande e così forte che può solo finire in tragedia: l’erotico converge nel drammatico ed ecco spiegato il binomio.

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La trama è banale: Murphy è un americano che studia cinema a Parigi, Electra è una pittrice, ma non le piace parlare del passato. Tutto quel che sa di lei lo spettatore – e, probabilmente, anche Murphy – è che è un’artista e tanto basta. Gaspar Noé sceglie con attenzione i nomi degli eroi della sua piccola tragedia greca d’amore: la legge di ‘Murphy’ stabilisce che tutto quel che può andar male andrà male, mentre ‘Electra’ strizza l’occhio a Jung, perché ha certe sue “daddy issues”. Pure il regista non resiste e decide di spezzare il proprio nome per confonderlo nella narrazione: Gaspar e Noé sono altri due personaggi del film e hanno il loro peso. Il regista non è impermeabile al dramma e all’eros che mette in scena, c’è altrettanto incastrato.

 

Il primo incontro tra Murphy ed Electra è una scena memorabile (eppure, a chi non è successo? Di conoscersi a una festa, fare una camminata insieme e, alla fine, innamorarsi), poi si frequentano, si tradiscono e si lasciano. Il potenziale perché fosse un film banale c’è. Eppure non è mai banale. Sarà la fotografia assolutamente allucinata, saranno gli attori. Sarà l’empatia. Sarà la regia. La linea temporale è del tutto stravolta, segue le ‘intermittenze del cuore’ (per fare gli intellettuali e dirla con Proust), di un cuore in particolare, quello di Murphy. Quanto è solo, Murphy, e per tutto il film. Il regista lo colloca nella sua personale dimensione di dolore, che è un presente senza Electra, colorato a tinte acide, violente e innaturali. Lo spazio e il tempo sono scanditi dalla sua voce, che chiama e vuole lei. Electra in questo presente non esiste. Non risponde. È sparita. Sono passati due anni da quando si sono lasciati, ed è una chiamata della madre di lei, allarmata per la scomparsa della figlia, a “riaprire” l’argomento – dove “riaprire” non è il termine giusto, piuttosto la chiamata è il pretesto perché crolli la quarta parete della testa di Murphy e lo spettatore possa assistere allo spettacolo che, da anni, va avanti là dentro, in loop: è una replica infinita e ha una sola protagonista, lei, i ricordi di lei, il tempo passato con lei, il sesso con lei, lei.

 

Lei nel presente non esiste: vive solo nei ricordi di Murphy e nella sua voce che la chiama. Non comparirà mai se non in questa veste, e il film si conclude senza rivelare che fine abbia fatto. Ma non è importante, perché il presente e il futuro sono dimensioni che non interessano affatto il regista, né Murphy. La prima è un limbo, la seconda un’allucinazione, entrambe sono spazi ostili perché lei ne è esclusa. Gaspar Noé lo fa dire alla scena finale: chi dovrebbe rappresentare il futuro di Murphy, il figlio avuto da un’altra donna, gli si divincola tra le braccia e, pur essendo un bambino, si scioglie in un pianto adulto, perché ha capito il dolore di cui il padre gli parla e il peso di questa vita che un amore assurdo, totale e perduto ha essiccato. All’improvviso, un taglio brusco di scena trasforma il contesto: Murphy non è più in presenza del suo futuro disperato, ma è raccolto nell’abbraccio del passato, che ha le fattezze di Electra e le sue braccia. Allora tutto è calmo, perché lui si lascia avvolgere da lei, che lo protegge come si erano promessi. Ci vuole credere anche lo spettatore che il sentimento sia così forte da piegare le leggi della fisica e da fare dello spazio-tempo una culla, una conca tra due braccia, che esclude il dramma e lascia all’amore solo l’amore. Ma c’è qualcosa che non torna. Il colore della scena è un campanello d’allarme, poiché tutto è di un rosso brutale e, soprattutto, innaturale: è impossibile, non è reale. Il passato non è là, è smarrito. La vita va così.

 

Per fortuna che ‘Love’ è un film – e allora il regista agisce come un dio buono e fa un regalo al suo personaggio. La frase di chiusura la fa pronunciare a lui, che, da quella posizione, dice a Electra: “I will love you till the end”. È il segnale. Un sipario misericordioso cala sulla narrazione, e Gaspar Noé si preoccupa di fugare ogni dubbio con una scritta in sovrimpressione: “The end”. È finita per davvero, è finito il dolore, il futuro non esiste: non per Murphy, almeno, salvato dai titoli di coda. Può esistere per sempre in quello spaccato d’amore. Gli viene risparmiato di doversi riscuotere dalla sua fantasia e di dover continuare a vivere.

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È lecito chiedersi, dopo una chiusa del genere, se valga la pena di provare sulla propria pelle il ‘Love’ di cui parla Gaspar Noé. La risposta sta in filigrana in una delle scene più intime del film. Non è una scena di sesso. Dopo l’ennesima lite, Murphy ed Electra stanno seduti sulle scale del pianerottolo, bagnati, al solito, dalla luce rossa del ricordo. A un certo punto, i due si rannicchiano l’uno nell’altra. Non è una scena di sesso ma c’è il sesso, così come c’è il dramma e anche l’amore, tutto è concentrato e indistinguibile, potentissimo, disciolto nel rapporto tra due persone. Non ha prezzo il troppo amore, e vale il tanto dramma. Chi ha avuto il privilegio di provarlo, sa di che parlo.

Per tutti gli altri, mentre lo aspettate, guardate il film.

– Benedetta Nucci

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