Ouroboros – Capitolo 1: il ribelle

Più tempo passava e più il nostro sogno sembrava irrealizzabile. Il Governo si era preso tutto quello che avevamo, dalle nostre case alle nostre speranze, dal nostro cibo alle nostre armi. Padri di famiglia e mogli ormai divenute vedove, orfani di guerra, rifiuti della società, ecco cos’eravamo anche se noi… preferivamo essere chiamati i Ribelli. Prima della guerra civile si contavano tra le fila della ribellione oltre diecimila uomini, ma il tentativo era fallito e le nostre schiere si erano ridimensionate in maniera notevole. Mesi di digiuno, di paura e di morte ci hanno accompagnato dopo la sconfitta ricevuta. C’è voluto del tempo per riorganizzarsi e riuscire a ristabilire i contatti con le altre Armate. Abbiamo bisogno di rifornimenti, di fucili e pistole, prima che di carne e di vino. Ecco perché sono qui, ed il motivo per cui continuo a ripetermelo forse serve soltanto per convincermi che questa è stata la scelta giusta, che sia realmente questo il bene, l’ideale da seguire per ristabilire l’equilibrio e soprattutto, che non ci perderò le penne. Dopo tutto, il novellino non muore mai la prima volta, è la regola del campo di battaglia no? … Speriamo.
<Eih Marmocchio si può sapere che diavolo stai facendo lì impalato?>
Cazzo! Mi sono perso di nuovo tra le nuvole…
<Non abbiamo tempo da perdere, piazza quel dannato esplosivo!>
<S… si… Comandante Alfred!>
Risposi titubante, ancora avevo la pelle d’oca. Stavamo per far saltare in aria l’ingresso di uno dei depositi principali d’armi del Governo. Un colpo arduo ma che avrebbe accelerato di molto i tempi per una futura offensiva.
Il rumore dei tuoni accompagnava il mio passo verso la porta, affiancato da quello di altri due ribelli, erano come me, anche loro alle prime armi, spettava a noi il compito di piazzare l’esplosivo, se qualcosa fosse andato storto i maggiori come il comandante ed i due tenenti doveva avere la possibilità di salvarsi, la Ribellione non poteva permettersi di perdere altri uomini fondamentali per la lotta alla causa.
Appena piazzato l’esplosivo dovevamo subito correre via. Erano bombe molto vecchie, probabilmente risalenti alla Seconda Guerra Ancestrale. Armi che forse avevano maneggiato i nostri nonni, che ora mai avevano oltre un secolo di età sui loro pulsanti.

<Aspettate 3 secondi…>

Una goccia di sudore inizia a cadere lenta dalla fronte, calando tra gli occhi, sino a poggiarsi sul naso…

<Ora!>

Piazzare la bomba. Schiacciare il pulsante. Correre via il più in fretta possibile ma…
Giunti ad una decina di metri di distanza dall’esplosivo, questo ancora non pareva azionarsi e, sempre più frequentemente, una goccia di pioggia cadeva dal cielo bagnando i miei capelli…

<Non mi direte che…>

Esclamai rivolto verso i miei superiori in comando…

<Proviamo così…>

Disse il comandante estraendo la pistola dalla fodera sulla gamba destra con la mano del medesimo lato.
Prese la mira e premette il grilletto per tre volte forse in meno di mezzo secondo.
Fu così veloce da riuscire a generare tre proiettili di energia ancestrale dalla pistola e, come un raggio di sole che attraversa le grate di una cella illuminandone l’interno in un istante, questi andarono a colpire tutti e tre gli esplosivi contemporaneamente.

• BOOOOM!

<Quello non era un tuono!>
Dissi sorridendo, con il volto di un bambino entusiasta. Il comandante era fenomenale. Oltre che essere un eroe per noi ribelli, era anche un ottimo pistolero, aveva un controllo delle armi ancestrali eccezionale, riusciva ad imprimere la sua energia e a modellarla in maniera perfetta o quasi, nel tempo di un battito di ciglia. All’interno dell’armata dei ribelli forse erano meno di una dozzina quelli che potevano paragonarsi, e meno del numero delle dita di una mano erano coloro che potevano dirsi di essergli superiori. Era un esempio per tutti. Nonostante fosse cresciuto tra i soldati d’elite del governo, aveva deciso di seguire la causa dei Ribelli, non aveva nemmeno vent’anni quando venne nominato tenente, e dopo tre anni eccolo lì, al suo primo incarico da comandante, anche lui in un certo senso quello poteva essere un esordio, motivo per cui, forse più di tutti, non ci teneva a fallire.
<Avanti andiamo non perdiamo tempo…>
Ordinò il comandante.
<Appena entrati voi due ed il tenente Primo vi dirigerete a sinistra, ricordatevi di prendere soltanto le munizioni, deve essere un lavoro rapido. Delle armi vi occuperete voi due invece, quando avrete razziato il piano terra venite di sopra, e prendete più esplosivo che potete…>
Poi si voltò verso di me…
<Tu vieni con me…>
Mi guardò fisso negli occhi…

<Dobbiamo trovare dei documenti!>
Così disse, dopo di che il mio piede attraversò l’uscio della porta portandomi all’interno di quell’enorme magazzino. Feci appena in tempo a vedere gli enormi scaffali su cui poggiavano armi di ogni tipo che dovetti subito coprirmi gli occhi. I tenenti avevano lanciato le granate accecanti. La maschera ci avrebbe aiutati a ridurre l’effetto e permetterci di colpire alla sprovvista i nostri nemici ma…

<Non c’è nessuno…>

Esclamò il tenente Primo…

<E’ molto strano, fate attenzione… potrebbe essere una trappola…>

<Come procediamo?>

<Continuiamo secondo il piano, armi in mano ed occhi attenti, prendiamo soltanto il necessario e andiamo via, non mi piace questa situazione…>

Ci dividemmo dunque in tre gruppi. Io ero con il comandante. Ci dirigemmo su per le scale a sinistra e, una volta giunti al primo piano, iniziammo ad incamminarci verso la porta in fondo al corridoio. Tutto intorno a noi era così dannatamente silenzioso che metteva i brividi. Avremmo preferito trovare delle guardie, così come ci aspettavamo. Quella situazione ci aveva spiazzati. Puzzava troppo e poi..

<Non si è mai parlato di documenti prima di oggi coman…>

Alfred si voltò verso di me fulminandomi con il suo sguardo, rimasi muto, in silenzio. Evidentemente erano ordini dall’alto, qualcosa di noto soltanto ai vertici dell’armata ribelle.
Giungemmo appena ad un metro dalla porta quando il comandante si fermo e, con un cenno di mano mi ordinò di fare lo stesso.

<Rimani fuori a controllare la situazione, se qualcosa va storto dai l’allarme e raggiungi gli altri, ci siamo intesi?>

Ancora tremante da prima, non riuscì nemmeno a proferire una sillaba, risposi con un cenno di capo, strinsi saldamente l’arma ed andai a pormi con le spalle alla porta che intanto dietro di me, sentivo aprire dal comandante. Forse in quel magazzino c’era qualcosa di ben più importante delle armi per lo Scopo dei Ribelli. Ma cosa poteva essere più utile di una bomba ancestrale?
Sta di fatto che ciò si udì in quel silenzio, fu prima il rumore di cassetti gettati all’aria dal comandante e di armadi che si aprivano le cui ante sbattevano tra di loro violentemente e in seguito, il rumore di urla strazianti provenire dal piano inferiore. Non so perché ma, non mi stupì più di tanto, un po’ me l’aspettavo, dopo tutto, non potevamo essere soli lì dentro. Fortunatamente però, tutti e quattro i compagni si videro al centro del magazzino, dall’alto avevo una visuale quasi perfetta di tutta l’area, eccetto che dell’ingresso principale, ma lì, era ben difeso a quanto pare…

<Tutto bene?>

Mi disse il comandante alle mie spalle..

<Si signore, a quanto pare le guardie si erano nascoste ma pare sia tutto sotto controllo… Come va lì?>

<Non riesco a trovarli dannazione, eppure devono essere qui! Non possiamo esserci sbagliati!>

Disse con tono stizzito e a tratti di rabbia il comandante.

<Dì agli altri di andare… noi li raggiungeremo tra poco…>
Andai dunque verso la il bordo della ringhiera, sporgendomi verso i compagni per dar loro l’ordine di Alfred quando…

<Si.. si… signore…>

<Cosa c’è marmocchio?>
Mi voltai verso di lui, ma ciò che vidi fu soltanto la lama di una katana. Con lo sguardo iniziai a percorrerla sino a giungere all’elsa di quest’ultima intravedendo appena il guanto in pelle nera che saldamente la reggeva tra le dita. Sorrisi, disperato. A quanto pare non è vero che i novellini non muoiono alla loro prima missione.

– Teobaldo Bianchini

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