“Sono zoppa senza parole”

Zehra Dogan, Banksy

Il volto di Zehra Dogan rompe l’esercito di gabbie sul muro di New York; il bianco della sua pelle, il rosso delle labbra, disturbano l’intreccio di sbarre. Questo è il grido di Banksy.

Zehra Dogan è un’artista e giornalista curda, nata in Turchia. È la direttrice di Jinha, un’agenzia di stampa tutta al femminile.

I suoi dipinti parlano della Turchia, della terra viva e cosciente, delle persone piene di colori ed emozioni; ma parlano anche di distruzione, di terrore, di cultura imprigionata, messa a tacere con violenza.

Lo stesso grido viene lanciato da Zehra attraverso questo dipinto che raffigura le distruzioni causate dalle forze di sicurezza turche nel distretto di Nusaybin, nella provincia di Mardin.  Zehra Doğan dipinge le bandiere turche, su un trono di macerie: l’attuale presidente turco Recep Tayyip Erdogan e il suo governo sono responsabili dell’oppressione del popolo curdo.

Nusaybin, Zehra Dogan

I Curdi hanno una lingua, una cultura, una storia e una tradizione proprie, che hanno sempre rivendicato, senza mai ottenere un riconoscimento; il Kurdistan è una delle terre più ricche per quanto riguarda le risorse: infatti, sotto il suolo cela gas e petrolio di cui i governi confinanti (Iraq, Iran, Siria e Turchia) sono assetati.

Il popolo curdo è fatto di uomini e donne che conoscono il valore della terra, l’importanza dei diritti e l’impegno verso gli altri; lo sanno perché la loro storia è segnata dall’oppressione e dalla resistenza, dalla guerra uomo contro uomo e dalla voglia di pace. Tutto questo si è trasformato, nel tempo, in cultura; i Curdi non hanno mai abbandonato la propria cultura e per questa hanno sempre lottato. Le poesie, i racconti, le sculture, i dipinti testimoniano la lotta mossa dall’amore nei confronti della propria terra e del proprio popolo; la lotta è un fondamento per il popolo curdo, inteso non come prevaricazione, ma come confronto e libera espressione.

Quadri, opere, poesie, articoli, racconti, hanno spinto Erdoğan e i suoi fedeli a volere la chiusura di agenzie di stampa, canali televisivi, giornali e riviste.  Molti giornalisti e uomini di cultura, tra cui lo scrittore turco Mehmet Altan, suo fratello Ahmet e i giornalisti Nazli Ilicak, Fevzi Yazici, Yakup Simsek e Sukru Tugrul Ozsengul, sono stati imprigionati e condannati all’ergastolo da un tribunale penale di Istanbul con l’accusa di essere membri di unʼorganizzazione terroristica, di farne propaganda e, per lʼarticolo 302, operare per la distruzione o la separazione dello stato turco. Per questʼultimo reato in passato si veniva condannati alla pena di morte, oggi allʼergastolo in isolamento.

Zehra Dogan, assolta dalle accuse di appartenenza ad organizzazioni illegali, ha una condanna di due anni, nove mesi e ventidue giorni, per avere condiviso il dipinto sul suo profilo, diffondendo il messaggio insito nel suoi colori, perché come dice lei stessa: “Nessun artista volta le spalle alla società; un pittore deve usare il suo pennello come arma contro gli oppressori”.

Negli ultimi anni gli uomini hanno vomitato ciò che bruciava dentro i loro stomaci; hanno rivelato, persino ammesso, il grande bisogno di potere, come massima ricchezza. Lo definisco un bisogno perché, contemporaneamente, nell’animo di ognuno di noi si cela l’inquietudine verso ciò che è miliardi di volte più potente di ogni uomo: l’acqua, il vento, il cielo, le stelle e con esse ciò che ogni giorno sfioriamo senza quasi rendercene più conto.

Anche un carnefice come Erdoğan ha paura.

La paura è una reazione normale ed è quasi istantanea quando si parla di “guerra”, tuttavia ciò che spaventa Erdoğan non sono la polvere da sparo o la tortura, ormai divenute la sua logica: sono piuttosto le parole, i pensieri, le opinioni.

È stata proprio la paura più codarda a costruire la prigione della cultura, la gabbia della parola, con la convinzione che il silenzio delle sbarre annienti la libertà di espressione. L’energia che scaturisce da qualsiasi forma di espressione è molto potente perché rappresenta dapprima un riferimento e successivamente uno stimolo, un punto di partenza. L’arte, la scrittura, la parola portano alla luce sentimenti e opinioni che permettono una partecipazione attiva e un coinvolgimento diretto.

Attualmente viviamo in un mondo che, avendo perso la concezione di eterogeneità, è diventato violento; un mondo che spaccia odio e isolamento come armi di difesa e protezione.

Proprio adesso che sarebbe necessario abbattere ogni possibile muro, l’uomo è, invece, capace di innalzare intere muraglie. Tuttavia, è certo che da tutta questa roccia stia nascendo un complesso labirinto, dentro al quale ci stiamo imprigionando con le nostre stesse mani.

Soli, nel buio delle ombre, inginocchiati accanto al silenzioso Minotauro.

Il prigioniero politico, Fuad Aziz

Anna Aziz

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