Ouroboros – Capitolo 3: Anastasia

Non riuscivo ancora a crederci. Avevamo tra le mani uno dei comandanti della ribellione e lo abbiamo lasciato andare. Che cosa diavolo sarà passato per la testa al capitano? Cosa pensava di fare adesso? Ah caro mio….

<Si può sapere che ti passa per la testa?>

Affermai con tono scontroso nei suoi confronti.

<Questa volta l’hai combinata davvero grossa!>

Non gliel’avrei fatta passare liscia…

<Chiudi il becco Anya e chiama qualcuno per ripulire questo posto…>

Ma come si permette di rivolgersi con un tono così seccato e poi… chiudi il becco? Adesso si che mi sente…

<E’ un ordine Agente Anastasia!>

Il suo tono questa volta rifletteva il suo sguardo, era freddo, come una stanza vuota. Sembrava quasi di perdersi nel buio dei suoi neri occhi, sembrava di sprofondare in un mare fatto di ombre, dove la marea si alza lentamente sino a soffocarti, sino a privarti delle emozioni, fino a respingere te stesso per paura di perderti in esso.

Mi passò di fianco in silenzio, lo lasciai passare, dopo di che lo seguì e dietro di me vennero gli altri due soldati. Nessuno osò più parlare di lì sino all’arrivare in macchina.

Un silenzio spettrale avvolgeva tutti noi, si poteva udire la pioggia battere sul tettuccio dell’auto ed il respiro dei suoi passeggeri. Conoscevo Edgar da molto tempo.

Non era una persona cattiva. Purtroppo però il mondo vedrà sempre delle realtà in lotta tra di loro e noi dobbiamo scegliere da quale parte schierarci, rimanere nel fermi, nel mezzo, come degli ignavi, non serve a nulla.

Ha sempre combattuto tra le due facce della sua medaglia, da una parte il suo senso di giustizia ed i suoi sentimenti e dall’altra il suo dovere per Gea che lo ha portato forte troppo lontano dal suo equilibrio che è sempre stato in conflitto. A differenza mia che ho scelto di seguire questa strada di mia volontà, lui si è trovato costretto. In tutte le missioni che abbiamo portato a termine, eccetto qualche capriccio, si è sempre dimostrato un agente esemplare eppure, allo stesso tempo, in nessuna di quelle missioni mi è mai sembrato un vero agente.

<A cosa stai pensando Anya?>

Mi disse voltandosi con il capo verso di me, come suo solito si era seduto davanti. Nemmeno a discuterci sulla questione. Era un discorso perso in partenza.

<Stai decidendo cosa dire al Governatore e a quale possa essere la punizione più esemplare per me?>

Il suo solito tono da strafottente e quel sorriso acido…

<Vaffanculo!>

Ecco la mia risposta. Secca, breve e diretta.

<Qualcuno è di malumore oggi…>

Direbbe rigirandosi in avanti ed andandosi ad accendere una sigaretta…

<Devi proprio fumare in macchina? Tra poco saremo arrivati..>

Era una ciminiera. Fumava in continuazione. Rischiava di morire più per colpa delle sigarette che per un colpo di pistola. Fortunatamente, e stranamente, questa volta mi diede retta.

Stavo quasi per ritornare ai miei pensieri quando mi ricordai che ancora non avevo chiamato al Palazzo per avvisarli dell’esito della missione. Dannato Edgar, è sempre tutta colpa tua!

Presi dunque il cellulare dalla tasca componendo un numero di telefono che ora mai avevo imparato a memoria. Non fece nemmeno il secondo squillo…

<Sono l’agente Anastasia, qui con me c’è il Capitano in comando Edgar, abbiamo ucciso i ribelli ma…>

Feci una pausa, deglutì lentamente…

<Ma a quanto pare aveva inviato soltanto due tenenti e tre soldati scelti, pensavamo di ottenere un bottino maggiore Signore.>

Il mio sguardo era rivolto al finestrino dell’auto su cui batteva la pioggia. Non volevo incrociare quello del capitano. Sapevo che mi stava osservando in quel momento. Esattamente come lui sapeva che anche quell’ennesima volta avrei lasciato andare il suo capriccio.

La telefonata fortunatamente durò poco, così come quel viaggio in auto, così breve e così snervante…

<Finalmente siamo arrivati all’aeroporto… stavo soffocando dentro quest’auto…>

E vicino a quello stronzo.

Ma questo non glielo dissi. Poteva tranquillamente leggermelo in faccia.

Scesi per prima dall’auto, battendo i tacchi sul grigio asfalto, non curante della pioggia tra i capelli. Non vedevo l’ora di arrivare a Palazzo, farmi una bella doccia calda e levarmi il sangue dai vestiti.

Una volta saliti a bordo dell’aereo se non altro avrei potuto allontanarmi da quei tre e starmene finalmente un po’ per i fatti miei. Ci si dimentica sempre di chiedere semplicemente “come va?” quando si fa questo lavoro. Basterebbe così poco per renderlo un po’ migliore. Mah… sto sognando. Il massimo che posso chiedere in questo momento al massimo è…

<Un thé al limone…>

E sperare che non mi arrivi freddo. Concedetemi almeno il servizio in aereo.

<Non sei già abbastanza acida di tuo?>

Visto che a quanto pare avere un po’ di pace non è possibile…

<Anya… volevo parlarti di Alfred.>

Lo guardai furiosa. Adesso voleva parlarne?

<Tranquillo Edgar… hai sentito no? Non ho fatto menzione di alcun comandante al capo o mi sbaglio?>

<Non volevo parlarti di questo…>

Mi disse con tono pacato, questa volta quasi ferito…

<Voglio parlarti di Alfred…>

Era un tono che poche volte avevo sentito prima di allora fuoriuscire dalle sue labbra… Passai al sediolino di fianco, lo feci sedere accanto a me.

<Forse avrei dovuto parlartene prima, ma non è un discorso facile da affrontare per me.>

deglutì un istante, poi continuò…

<Per me lui è come un fratello. Abbiamo passato un’intera infanzia insieme, siamo andati nelle stesse scuole, giocavamo negli stessi cortili, siamo sempre stati una cosa sola sino a quando…>

Lo guardai fisso negli occhi in quel momento. Per un attimo mi sembrava di poter comprendere quale lato della medaglia mi stesse mostrando, era quello sentimentale, quello umano, non quello dell’agente privo di identità per raggiungere uno Scopo.

<Non devi giustificarti Edgar…>

Gli sorrisi. Non riuscivo ad incolpare qualcuno la cui unica colpa era stata quella di mostrarsi umano innanzi al dovere…

<Ricordati però che se non riuscirai a comprendere chi sei realmente, non riuscirai mai a vivere nell’equilibrio della tua realtà…>

Gli dissi con tono leggero e trasparente come rugiada, mentre la sue sue dita spostavano dolcemente i miei capelli dal viso e le sue labbra si avvicinavano alle mie. Soltanto allora mi accorsi di quel sapore amaro che ricopriva la sua pelle e che soltanto le lacrime possono avere.

 

  • Prossima uscita il 21/06/2018
  • Teobaldo Bianchini

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