Natura e Téchne

Negli anni ’90 le Nazioni Unite presero posizione sulla mancanza di una legislazione
ambientale a livello globale, presentando la Conferenza sull’ambiente e sullo
Sviluppo, e venne firmato il trattato ambientale internazionale UNFCCC
(Convenzione quadro delle nazioni unite sui cambiamenti climatici), col fine di porre
degli obiettivi di riduzione delle emissioni di gas serra.
L’uomo iniziò a prendere provvedimenti sugli effetti del sopravvento tecnico sulla
natura, evento che si sarebbe necessariamente verificato prima o poi, dal momento
che l’operato occidentale si è sempre basato su una visione della natura come
un’entità subordinata all’uomo.
Infatti nella concezione cristiana Dio ha creato il mondo, su cui l’uomo deve
esercitare il proprio dominio, governandolo e adattandolo per il suo sostentamento,
come riportato nel primo libro della Genesi:
ʺ Facciamo l’uomo a nostra immagine, secondo la nostra somiglianza, e tengano sottoposti i pesci del mare e
le creature volatili dei cieli e gli animali domestici e tutta la terra e ogni animale che si muove sopra la terraʺ.
Questa concezione venne poi ripresa nel 600 dalla nascente scienza moderna,
secondo la quale l’uomo, sperimentando sulla natura, scopre leggi che gli permett
verso il giusto.
Questa mossa può essere interpretata da un punto di vista filosofico come un
avvicinamento al concetto platonico di politica come tecnica regia in quanto conosce
ciò che è meglio e perciò capace di far trionfare il giusto.
Dai problemi che sono stati portati all’attenzione a partire dagli anni ’90, le Nazioni
Unite hanno stabilito l’obiettivo di combattere i cambiamenti climatici, mentre la
politica ha lentamente iniziato a proiettarsi all’interno di una visione futura dei
bisogni/beni che produrrà la tecnica; in questo modo può avere una visione razionale
ed equilibrata che le permetta di limitare i piaceri presenti, qualora vadano questi a
nuocere sul futuro, e il piacere individuale, qualora questo vada a nuocere al bene
comune.
Solo successivamente, nel 2015 con la COP21 tenutasi a Parigi, venne raggiunto un
accordo vincolante a livello globale, a differenza dei precedenti trattati che operavano
solamente sui paesi firmatari.
Con il trattato di Parigi sul clima, grazie alla ratifica dei 55 paesi maggiormente
produttori di gas serra, l’accordo è diventato giuridicamente vincolante per tutti i
paesi.
Tale presa di posizione a livello globale mostra come per la prima volta l’uomo si
renda conto del suo impatto ambientale, mostrando una sorta di saggezza,
probabilmente dovuta alle conseguenze che il suo operato ha avuto sulla terra, come
l’innalzamento del livello del mare dovuto allo scioglimento dei ghiacciai, oltre agli
esempi già citati.
Come si può appurare dagli articoli 9,10,11 dell’Accordo, l’obiettivo degli stati è
cercare di risolvere il problema, con lo stesso strumento il cui abuso ne è stata la
genesi:
ʺFinance, technology and capacity-building support (Art. 9, 10 and 11)– The Paris Agreement
reaffirms the obligations of developed countries to support the efforts of developing country Parties
to build clean, climate-resilient futures, while for the first time encouraging voluntary contributions
by other Parties. Provision of resources should also aim to achieve a balance between
adaptation and mitigation. In addition to reporting on finance already provided, developed country
Parties commit to submit indicative information on future support every two years, including projected
levels of public finance.
The agreement also provides that the Financial Mechanism of the Convention, including the Green
Climate Fund (GCF), shall serve the Agreement. International cooperation on climate -safe technology
development and transfer and building capacity in the developing world are also strengthened:
a technology framework is established under the Agreement and capacity-building activities
will be strengthened through, inter alia, enhanced support for capacity building actions in developing
country Parties and appropriate institutional arrangements. ʺ
È opportuno ricordarsi che la tecnica non deve essere vista in maniera prettamente
negativa, in quanto essa appartiene all’essenza dell’uomo e l’uomo non può farne a
meno per la propria esistenza e sopravvivenza.
Con tale approccio si mostra come la tecnica si pone nelle mani dell’uomo, dopo
tanto tempo, come mezzo, da fine che era, risanando così ciò che lei stessa ha
danneggiato.
Attraverso uno sviluppo tecnologico indirizzato alla salvaguardia ambientale, la
tecnica si pone come risolutore, favorendo una nuova sorta di cooperazione tra uomo
e natura.
Possiamo auspicare dunque, grazie anche alla presa di coscienza dell’uomo e
l’intervento delle forme governative, nell’inizio di un nuovo equilibrio

 

-Stefania Lodi

 

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