Ouroboros – Cap. 5 – Hacker

Tutto quel casino che era successo non aveva prodotto effetto alcuno se non quello di ridurre ulteriormente il numero della clientela nella mia locanda. Pensare che fino a qualche anno fa questo luogo era pieno di boccali che urtavano tra di loro, birra che cadeva sul pavimento, giovani animi forgiati sui campi di battaglia che urlavano in preda all’alcool o che provavano a portarsi a letto una delle poche donne rimaste al Covo della Ribellione ed ora, nel guardarsi intorno, si potevano contare su due mani i pochi bifolchi rimasti che anziché abbandonare quel luogo ormai più unto nel sangue che nella speranza preferivano rimanere lì, a bere con me, per farmi compagnia forse, per non lasciarmi solo, o perché quelli che erano rimasti non erano altro che i veri soldati della ribellione, uomini prodi a sacrificare la loro vita in cambio dell’Ideale…

 

<E pensare che questa locanda una volta era il Covo più popolato di tutto il regno della Bilancia…>

 

Affermai con tono rammaricato mentre con la destra reggevo il boccale e con la mancina lo straccio per pulirlo. Mentre con lo sguardo ancora vagavo tra i miei pensieri.

 

<Forse volevi dire di tutta Gea!>

 

Affermò quel mezzo uomo di Sisto. Dico mezzo, perché per l’altra metà era una chitarra. Ma non nel senso che immaginate voi.

Vedete, lui sapeva suonare ogni cosa, ogni suono, ogni canzone, ogni dannato rumore che quella terra avesse mai conosciuto dalla sua prima alba. Le sue canzoni durante la guerra civile furono una salvezza per gli animi dei soldati della ribellione ed un utilissimo diversivo per distrarre gli agenti nemici. Una volta era un tipo molto loquace, rideva molto e non la finiva più di parlare. Dopo essere stato arrestato e torturato dagli Agenti però non è più tornato lo stesso. Se non fosse stato per quel disperato assalto alla prigione probabilmente non l’avremmo più rivisto. Uno sforzo che ci costò tanti uomini e che costò ad Alfred la fiducia di molti Ribelli. Purtroppo anche nel nostro ideale vi è sempre una radice di conflitto. Nasce dall’interno, non possiamo farci nulla. Possiamo soltanto attendere che si sviluppi e mutare con essa, trasformarci così da appianarla, rialzare il piano al livello della radice così da non creare nessun rialzo, ma una perenne pianura. Ecco perché esiste la Ribellione. Serve a dare un continuo mutamento alla ricerca di un’evoluzione che va di pari passo con l’evolversi della coscienza collettiva e delle personalità individuali. Ecco cos’è l’Ideale.

Ecco per cosa Sisto perse le sue melodie più allegre.

 

<Non suoni nulla da tempo, vecchio…>

 

Gli dissi con tono provocatorio. Ogni giorno, dalla mattina alla sera, sognavo di risentire per quel locale le note di quella meravigliosa canzone ormai dimenticata da ogni musicista, che i Ribelli cantavano nei loro giorni di gloria.

 

<…>

 

Sisto non rispose. Mi guardò soltanto con quel suo sguardo afflitto, disperso. Nonostante tutto continuava a servire la ribellione. Forse perché ormai non poteva più fare altro.

Stavo quasi per offrirgli un boccale di birra, ma un istante dopo mi resi conto che stavo per rischiare di perdere sino all’ultimo litro rimasto, quando la porta si spalancò di botto. Alfred aveva fatto ritorno al Covo.

Osservavo l’ira crescere dentro di lui e mutare i tratti del suo volto. Era fuori di se. Le scarpe sporche di fango, il corpo ricoperto di sangue ed il viso pieno di lacrime.

 

<SI PUO’ SAPERE CHE CAZZO E’ SUCCESSO?! EH? CHE COSA DIAVOLO E’ SUCCESSO HACKER!? COS… COS…>

 

Scattò verso di me afferrandomi per la canottiera e scaraventandomi contro il muro… aveva perso la testa, non riusciva nemmeno più a parlare.

 

<Calmati Alfred…>

 

Disse con voce pacata ma allo stesso tempo vuota Sisto mentre con la mancina afferrava il braccio del comandante e con le dita iniziava ad esercitare una leggera pressione su quest’ultimo. Alfred lasciò la presa…

 

<Ed ora respira ragazzo…>

 

Continuò Sisto che poi, con un cenno del capo, mi indicò il boccale che subito andai a riempire e porsi al superiore. Lo bevve subito a scolo, sbattendolo forte sul bancone…

 

<Occhio che se lo rompi dopo dovrai pagarmelo!>

 

A tratti pareva ritornare in sé. Cercavo di allontanare l’ira con un po’ di ironia ma, come già detto, Sisto parlava poco, e per questo la sua parola adesso contava ancor più di prima, era ritenuta come legge da gran parte dei Ribelli, il rispetto nei suoi confronti era immenso, sia lui che suo padre prima di lui si erano guadagnati le più alte cariche della ribellione; tuttavia Sisto aveva ormai da tempo rinunciato ad ogni titolo, ritenendosi un semplice Ribelle in cerca del suo equilibrio interiore e che avrebbe perseguito gli ideali della causa come un uomo normale, poiché forse il peso delle vite sacrificate in cambio della sua pesavano troppo su di lui per potersi assumere un incarico che lo avrebbe visto responsabile di ancor più giovani. Non era un uomo che adorava stare sotto i riflettori. Una volta sì, forse. Ma ormai quel tempo è passato.

 

<Allora ti sei calmato?>

 

Dissi ad Alfred con tono quasi offeso per il comportamento che aveva avuto nei miei confronti, mentre mi apprestavo a versarmi il quarto o forse il quinto boccale…

 

<Non credere che ti faccia sconti soltanto perché sei un mio superiore…>

 

Non che non mi andasse di offrirgli da bere, sia chiaro, per cinque o sei boccali non chiude nessuno, ma dare il via libera a certi membri della Ribellione significava dare bancarotta ed il nostro comandante era uno di quegli uomini.

 

<Prima mi spieghi cosa è successo fuori e poi decido se posso calmarmi…>

 

<Vedi Alfred…>

 

Il suo sguardo puntava dritto contro i miei occhi, pareva potesse leggermi la mente in quel momento. Forse sapeva già la risposta che gli avrei dato. Voleva soltanto sentirsi dare la conferma prima di darsi all’ennesima follia.

 

<Allora mi vuoi spiegare perché fuori ci sono più di quaranta cadaveri?>

 

Deglutii. Cercai di distogliere lo sguardo. Dovevo osservare qualcos’altro. Il boccale? Il bancone? No…

 

<Sisto!>

 

Esclamai osservandolo e cercando in lui un’ancora di salvezza, sperando che la sua voce riuscisse ad incatenare l’animo impavido di Alfred ma, per l’ennesima volta, Sisto parla poco ormai.

<E va bene…>
tirai un lungo respiro… cercai la forza dentro di me, presi coraggio e, tutto d’un soffio, con la velocità che terrebbe testa ad una freccia scoccata dal migliore arciere, pronunciai quelle dannate parole.

 

<Siamo stati traditi. I due compagni che ci hanno venduto le informazioni sui documenti erano degli Agenti di Gea non presenti nei nostri archivi. Probabilmente faranno capo ad altre Fazioni.>

 

Lo sguardo di Alfred adesso pareva tagliarmi lentamente, ma continuai, in preda ad un gesto disperato perché forse, anche io come Alfred, non attendevo altro se non il momento della sua proposta folle.

 

<Erano dieci Agenti. Uno ci è scappato. Purtroppo quasi la metà di noi è morta, e l’altra metà si è spostata verso Covi più sicuri. Ormai…>

 

<Siamo rimasti soltanto noi…>

 

Mi interruppe Alfred che, anziché scolarsi quel boccale, lo stava ruotando continuamente…

 

<A questo punto… perché dovremmo rimanere anche noi?>

 

Il suo sguardo di nuovo si incrociò con il mio e poi si poggio verso quello di Sisto. Entrambi restammo in silenzio. Entrambi eravamo d’accordo. Dovevamo soltanto prepararci.

 

<Visto che sei tornato solo tu immagino che gli altri siano tutti morti…>

 

Affermai mentre con il corpo mi avviavo verso il lato esterno del bancone, diretto alla porta posta all’estremità sinistra di quest’ultimo.

 

<Ed immagino che non sia riuscito a portare con te nemmeno una borsa d’armi…>

 

Non mi voltai nemmeno per vedere il volto stizzito del comandante, non l’avevo detto per provocarlo bensì per affermare una cruda verità…

 

<Fortunatamente siamo riusciti a salvare parte dell’armamentario. Quei bastardi volevano distruggere le mie bambine!>

 

Dissi aprendo la porta a me di fronte iniziando a scendere le scale poste subito dopo quest’ultima che portavano al piano inferiore della Locanda.

 

<Non mi sarei mai aspettato di vederti approvare una follia simile Sisto…>

 

Affermai iniziando a scendere i primi gradini…

 

<Verrò per questo. La Causa non può perdere due soldati come voi…>

 

<Non è ancora giunta la nostra ora…>

 

Affermò Alfred voltandosi verso di lui, sorridendogli.

Intanto eravamo giunti nello scantinato. Intorno a noi barili pieni di birra e di vino, cisterne d’acqua, topi, e ogni diavoleria che la produzione di alcolici può richiedere, ma soprattutto…

 

<Dovrebbe essere questa…>

 

La mia mano andò a ruotare la manopola di una delle botti, questa però anziché lasciar scendere vino, permise di udire ai presenti un rumore meccanico, prima di aprirsi lentamente, come farebbe la più comune delle ostriche…

 

<Il mio tesoro. Le mie bambine.>
Quattro pistole, un fucile mitragliatore, un fucile lanciagranate, due katane e tre granate esplosive. Armi forgiate personalmente dal sottoscritto e ricoperte da sette tipi di ceneri ancestrali diverse, un primato che nessuno tra tutti i fabbri ancora in vita nella Fazione era riuscito ad eguagliare. Vantavano una fattura pari a quella delle armi dei migliori agenti del nostro governo.

 

<C’è soltanto un problema…>

 

Indovinate un po’…

 

<Abbiamo finito la cenere!>

 

E c’era soltanto un uomo in tutta la Fazione della Bilancia che avrebbe potuto fornircela. Ecco qual’era il problema, andare a trattare con Schylock, il mercante del diavolo.

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