Ouroboros – Capitolo 6 – Edgar

Edgar

Era passato ormai un mese da quella dannata riunione e nonostante ciò nessun membro del governo si era ancora fatto vivo.

Ormai non sapevo più a cosa pensare; forse la mia carriera tra le file governative stava veramente giungendo al termine. Dopo tutto non mi avevano mai sopportato, le mie idee non si erano mai completamente amalgamate alle loro; nonostante fossi uno dei migliori agenti, la corrente di pensiero, nonostante spesso combaciasse, non trovava però sempre in me un suo valido interprete o, quanto meno, non del tipo che si aspetterebbe il governo da un suo agente.

Di fatti non era la prima volta che venivo “punito” per via di alcune “incomprensioni”, solo che, mai come questa volta, il congedo era risultato tanto lungo quanto snervante.

Dopo aver passato anni sul campo, l’idea di dover tornare ad avere dei libri tra le mani non è che mi emozionasse tantissimo, ma non potevo fare altrimenti.

Ero stato assegnato come supplente in cattedra per l’insegnamento e la formazione delle nuove reclute nel campo della “Storia delle Fazioni”. Non che disprezzassi la materia, per me la storia era la base fondamentale con cui poter pensare al presente, imparando dagli errori del passato, per migliorarne il futuro.

Nemmeno l’insegnamento per me risultava qualcosa di pesante; anzi, significava poter parlare ai giovani agenti permettendo loro di poter riflettere, anziché impartirgli dogmi secolari per la solita regola dell’”etica” che da sempre pone una maschera sul viso di ogni uomo e di ogni regnante, che sia stato, fazione o impero.

Era per me una più che valida ragione, quest’ultima, per mettere tutto me stesso in gioco, ma quello che mi opprimeva era altro.

Avevo in testa progetti ben più grandi rispetto ad un mese di insegnamento.

Quando tra le tue mani hai la possibilità di scrivere la storia, non ti va minimamente di stare in un’aula a raccontarla.

Inoltre i ragazzi a cui dovevo insegnare non erano semplici studenti; un tempo li avrebbero forse definiti “Balilla”, o con qualche termine simile, poiché chiamarli “cadetti” o “apprendisti”, lascerebbe intendere una possibilità, riguardo la loro libertà di esprimersi, che in essi in realtà non albergava.

Quella dove mi recavo di fatto non era una vera e propria scuola, bensì una specie di caserma dedicata agli individui che più spiccavano tra tutti per le loro doti ancestrali.

Ogni anno infatti il governo sottoponeva a dei test mentali e fisici tutti i ragazzi di 13 anni; al termine di questi esami ad ognuno di loro veniva assegnato un voto in base alle loro capacità, che venivano suddivise in tre categorie: mente, fisico e livello ancestrale. Di questi, soltanto i migliori 21 al mondo avrebbero ottenuto il privilegio di poter entrare in quell’accademia così bramata e così temuta.

Erano note a tutti di fatto le tremende prove a cui venivano sottoposti i suoi allievi nel corso dei 5 anni di formazione, ma la ricompensa era immensa.

Al termine dell’Accademia sarebbero stati assegnati per un periodo massimo di tre anni ad un capitano, che avrebbe dovuto far sì che l’affiancato sviluppasse completamente il suo potere ancestrale e, in tal caso, sarebbe diventato un Agente a tutti gli effetti. In caso contrario invece, sarebbe stato affiancato al nucleo delle guardie, mantenendo ancora aperta la porta per un titolo che nel mondo attuale ti permetteva di porti un gradino sopra la gente comune. Ma credetemi, passare 5 anni di accademia e 3 di affiancamento per poi svolgere un ruolo che qualsiasi civile fisicamente in forma e mentalmente stabile avrebbe potuto svolgere, ti distrugge mentalmente oltre che moralmente. Entrare nel governo, anche solo come Agente, ti rendeva libero di poter uccidere tranquillamente una persona in pubblico senza che nessuno muovesse un dito, pensate dunque ai lussi che potrebbe concedere nella vita comune.

Molti di fatti ambivano a tale titolo per questi insulsi e patetici privilegi che da sempre accecano la mente dell’uomo debole di morale; ben pochi comprendevano il reale potere che filtrava nelle tue mani una volta divenuto un Agente.

Ancora di meno poi erano quelli che riflettevano sul lato oscuro della faccenda, ovvero il prezzo che stavano pagando in cambio di meri benefici materiali… la loro libertà.

Ecco qual era il prezzo richiesto dal governo per sfoggiare il loro vessillo.

Di fatto il governo non era altro che la radice nascosta di quell’albero spoglio che noi chiamiamo mondo.

Il governo infatti nacque come una forza politicamente e militarmente esterna alle Grandi Fazioni, il loro compito era quello di proteggere l’equilibro, a qualsiasi  costo, con qualsiasi mezzo.

Un ruolo riconosciuto e detestato da quei pochi, che spesso finivano tra le fila dei “ribelli” poiché più di una volta il suo intervento risultò fondamentale al mantenimento di questo presente e, in particolar modo, durante la guerra civile.

Per questo le fazioni ne riconoscevano l’autorità, a patto che la loro potenza militare rimanesse sempre al di sotto della somma totale della metà delle Grandi Fazioni, così che, per quanto libero e spregiudicato, il loro potere, così come il loro operato, avrebbe sempre potuto trovare un limite dettato dalle Fazioni stesse che ne avevano decretato la nascita, per una protezione maggiore dell’obbiettivo unico. L’Equilibrio.

Sta di fatto che mi stavo perdendo a tal punto nei miei pensieri  da aver sbagliato strada. Purtroppo era più forte di me, ogni volta che ripensavo all’Accademia mi tornavano in mente gli anni passati lì dentro e non riuscivo proprio a fare a meno di ricordarmi il primo giorno in cui conobbi Anya.

Era bellissima, i suoi lunghi capelli biondi le cadevano lisci sino alla metà del busto e gli occhi azzurri, come il cielo di quel soleggiato giorno, splendevano sulla sua pelle e, anche se in divisa come tutti noi, il suo abito sembrava il più elegante di tutti.

Purtroppo però il destino decise di riservarci due fati completamente differenti, o quasi.

Per quanto riguardava il sottoscritto, beh… riuscii a sviluppare le mie capacità ancestrali con largo anticipo rispetto al normale e di fatto venni assegnato ad un capitano a soli 16  anni diventando un agente effettivo due anni dopo, nello stesso anno in cui Anya avrebbe dovuto tentare il test finale.

Chi lo avesse superato sarebbe stato mandato in affiancamento, ma, in caso contrario, a differenza di coloro che avrebbero passato 3 anni assieme ad un capitano, al compimento dei 21 anni, la loro vita poteva considerarsi giunta al termine: per il governo non diventavano altro che dei “potenziali errori di calcolo” e per tale ragione venivano spediti in quelli che loro chiamano “Ultimatum”, ovvero degli enormi laboratori sotterranei dove nessuno, che non fosse un loro addetto o un Capo Fazione del Governo, poteva accedere.

Erano luoghi top-secret di cui non si sapeva nulla, se non che ogni 21enne entrato al suo interno poi non ne era più uscito.

Credevo che Anya avrebbe superato senza troppi problemi il test finale eppure il fato, beffardo, si prese gioco di noi, relegandola all’inizio di quell’orrendo ciclo, un conto alla rovescia della tua vita.

C’era un solo modo per uscirne fuori, ovvero inviare una richiesta esplicita di un capitano: se entro i 21 anni fosse riuscito a far esprimere l’effettivo potenziale al così detto “Errore di Calcolo”, allora quest’ultimo sarebbe stato reintegrato tra gli agenti.

Ecco perché decisi che entro due anni sarei dovuto diventare capitano, a costo di sacrificare me stesso, i miei affetti, la mia vita… in cambio della sua.

Dovevo però piantarla con questi ricordi nostalgici e tornare sul presente, all’istruzione, alle lezioni da svolgere quel giorno, alle materie da affrontare. Avevamo terminato il paragrafo riguardante il mondo delle pre-fazioni, che consisteva in un semplice ripasso di ciò che c’era stato prima della Grande Guerra Ancestrale, ed oggi avremmo iniziato lo studio delle Origini delle Fazioni. Un punto secondo me fondamentale da analizzare per poter realmente comprendere il presente in cui viviamo.

Ero quasi arrivato, con il solito completo nero e la cravatta rossa come un fuoco appena acceso, che risaltava il suo amaranto sulla bianca camicia ed i capelli che, come sempre, cadevano sul lato mancino della mia fronte, lunghi a tal punto da oscurare quasi l’occhio del medesimo lato.

Parcheggiai come al solito nel posto riservatomi sul retro dell’accademia per recarmi all’ingresso dei “professori”.

Sembrava tutto nella norma fino a quando il mio sguardo, che si era distratto per qualche istante, dopo aver aperto lo sportello della macchina, sulla fiamma del’accendino mentre mi accendevo una sigaretta, si poggiò su quell’uscio in legno, di quella cupa struttura, dove ad attendermi vi era uno dei consiglieri, accompagnato da due agenti di scorta. Finalmente il congedo era terminato.

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