Brave new orange

Per capire adeguatamente la critica nei confronti dello Stato, tema sotterraneo ma fondamentale nell’opera magna di Anthony Burgess (“Clockwork orange”), è bene analizzare l’ambiente in cui visse l’autore. Ancora una volta, è il suolo inglese il terreno dove si svolgono le vicende del romanzo e quelle del suo autore.  L’Inghilterra degli anni 60’ è una nazione in piena crisi economica e identitaria. L’Impero si sgretola progressivamente, incapace di far fronte ai debiti accumulati nella Seconda guerra mondiale. Londra, un tempo città principe nel continente europeo, si scopre relegata a un ruolo marginale nelle vicende della Guerra fredda. Si succedono rapidamente le elezioni, senza che alcun governo, sia esso a maggioranza labourista o conservatrice, riesca a fronteggiare le gravi questioni che investono la totalità dello Stato e dei suoi sudditi. La critica nemmeno troppo velata di Burgess si ricollega, per certi aspetti, a quella di Huxley: sono entrambi inglesi, entrambi attraversano il XX secolo, entrambi credono fortemente nella libertà e nel valore dell’individuo. Burgess traccia un futuro distopico, dove la repressione statale occupa miseramente ogni ambito economico e sociale, senza tuttavia garantire la sicurezza ai propri cittadini. È anche per questo motivo che nell’opera l’autore fa sì che la famiglia di Alex viva in un condominio costruito dallo Stato, per questo i drughi entrano in un cinema statale. Vari indizi disseminati lungo tutto l’arco del romanzo fanno capire al lettore il punto di vista dell’autore, singolare benché inserito in un contesto più ampio e frastagliato quale il mondo culturale britannico della seconda metà del Novecento. Sembra quasi che Burgess mostri un tradimento, per certi versi, del liberalismo: perduta la sicurezza individuale, la società del romanzo ha preferito affidarsi ciecamente alla bontà dello Stato. È un dipendente statale Mr. Deltoid, l’assistente sociale nevrotico e incapace di tenere Alex sotto controllo. Noi posteri assistiamo col senno di poi a quanto effettivamente accaduto all’economia britannica dopo il 1979 e gli undici anni di governo Thatcher.  Burgess vedeva il pericolo di un eccessivo statalismo quale minaccia alla libertà; con la sconfitta dei sindacati negli anni 80’ e il nuovo modello economico liberista, l’economia inglese è da trent’anni a questa parte improntata allo sviluppo di un settore terziario avanzato.
L’atra tematica affrontata da Burgess nel romanzo è inerente al libero arbitrio. Tale tratto si palesa da principio, iniziando dalla molteplice veste semantica indossata dal titolo. “Clockwork orange” è una locuzione in cockney (più precisamente il linguaggio adoperato dalla classe operaia di West Ham, Londra) designante un individuo e/o un oggetto celatamente traditore del contesto cui appartiene. Più nello specifico, per sua stessa ammissione l’arancia è considerata da Burgess l’antitesi della mela nel giardino dell’Eden: nel giardino difatti Adamo ed Eva sono puniti per aver consumato la mela, frutto dell’Albero della Conoscenza del Bene e del Male, sito al lato opposto rispetto all’Albero della Vita. Da entrambi gli Alberi, si potrebbe quasi affermare che Alex abbia raccolto e mangiato i frutti: l’esistenza l’ha assaporata appieno nel vigore della propria giovinezza, ha scelto di agire secondo natura, ovvero secondo un personale e violentissimo sistema di valori; dopo l’incarcerazione, con la Cura Ludovico rischia di essere snaturato. Anche John il Selvaggio, protagonista di “Brave new world” (“Il mondo nuovo”), subisce un condizionamento di segno opposto; se la società di Arancia Meccanica presenta scenari inquietanti e insicuri, dovuti anche alla grande prigione dove adesso vivono tutti i cittadini, la società del Mondo Nuovo è una perfetta dittatura priva di lacrime, dove la felicità è a portata di tutti. Basta rinunciare alla bellezza e a tutto ciò che rende umani, dalla letteratura all’amore. Se entrambi i condizionamenti sono efferati, solamente quello di Alex risulta in qualche modo fallace. Mentre Alex Delarge è il perfetto antieroe, personaggio totalmente negativo e malefico, che subisce un tentativo di condizionamento per diventare “buono”, John il Selvaggio è una sorta di “ultimo uomo” rimasto sul pianeta, attratto dal tentativo di corruzione e spersonalizzazione effettuato dagli abitanti del “Mondo nuovo”. Vi ricorda qualcosa un certo George Orwell? Inutile ricordare ancora una volta il retroterra britannico di quest’ultimo, ci porterebbe lontano. È importante sottolineare, tuttavia, che il primo titolo di “1984” fosse inizialmente “L’ultimo uomo rimasto in Europa”. I protagonisti delle tre distopie presentano affinità e divergenze notevoli. Consiglio la rilettura o la lettura anche di quest’opera.

Una via parallela nella città culturale del mondo inglese è quella dedicata al linguaggio, costruita in molti secoli dagli operai dipendenti della Filosofia Analitica S.P.A. . L’attenzione dedicata a questa via è fondamentale e meritevole di attenzioni.  L’unico tratto permanente nel corso di Arancia Meccanica è il linguaggio dell’io-narrante Alex. La perizia e l’inventiva del suo autore si manifesta magica e terribile, riuscendo a fondere il dialetto cockney con la lingua russa. Il risultato è una lingua nuova, il Nadsat. O fratelli, come non sentirsi cinebrivido assaporando le parole che il buon Bog (Dio) ci dona? Alex parla un linguaggio tale che l’unico modo per comprenderlo e comunicare con lui sia esclusivamente tramite le regole del suo gioco. Non a caso egli non perde mai la bussola, mantenendo sempre il medesimoregistro linguistico, fedele a convincerci che in realtà non sia lui il carnefice, bensì la vittima di una società violenta, ingiusta e ipocrita. E le sue parole, per quanto efficaci e affascinanti che siano, presentano comunque scenari violentissimi e una realtà solo in parte filtrata dalla sua esperienza.

In questa lunga e variopinta via abita anche, leggermente prima di Burgess, Huxley.
Nella società del “Mondo nuovo”, è eliminata la storia e la diversità culturale: i suoi abitanti ignorano totalmente cosa fosse la società precedente, se non che essa fosse violenta e teatro di barbarie. Non esistendo una cultura, non esistono neppure i libri. L’unica lingua parlata nel mondo, senza alcuna variazione, è l’inglese. Qualsiasi altra lingua si è estinta da secoli ormai.
John il Selvaggio, vivendo in una riserva, recupera e legge più e più volte un’opera omnia di Shakespeare, mal conservata ma ancora leggibile. Il Bardo, autentico gigante della letteratura non solo anglofona ma mondiale, è forse il primo nella sua cultura a comprendere il gravissimo e irrisolto problema del linguaggio (What’s in a name? That which we call a rose by any other namewould smell as sweet ; Romeo e Giulietta) e a ispirare innumerevoli scrittori e intellettuali che seguirono. Ritroviamo spesso, nel corso dell’opera, citazioni shakespeariane impiegate dal Selvaggio, dalla sua comparsa fino alle ultime pagine. 

Sia Huxley sia Burgess, infine, accusano i propri contemporanei e li avvertono dell’infinita pericolosità del Grande Stato, della Grande Azienda e in generale di tutti gli elementi che minano e restringono il valore supremo: la libertà.  Essa è sì portatrice di disordine e dolore, così come lo è l’esistenza umana e l’umanità. I loro mondi distopici sono davvero così lontani dalla realtà in cui viviamo? Non ci sarà il soma, debbo davvero elencare tutte le distrazioni offerte dalla società contemporanea, quali tabacco, alcolici, sostanze stupefacenti, mezzi di comunicazione di massa, videogiochi, la letteratura stessa? Ci si può fidare ciecamente della forza e della bontà dello Stato, quando un treno è in ritardo di due ore o quando una persona entra in una caserma viva e ne riesce solamente diretta all’obitorio, priva di vita?

Gli spunti di riflessione offertici dall’inchiostro di queste penne sono numerosi e possono aprirsi a tematiche diverse e numerose. Nei tempi inquieti in cui viviamo, è bene che queste due menti ci accompagnino, come un demone custode, mentre ogni giorno subiamo e fondiamo la Storia. Rivelando con un urlo sordo e interiore, inascoltabile da chiunque tranne noi stessi, il prezzo atroce che dobbiamo pagare per costruire il nostro futuro.

Leonardo Mori

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