La Giornata (4)

L’autore del seguente “poemetto” è certo di rispecchiare il dolcissimo e moderatissimo intento del signor Parini, reinterpretando in chiave contemporanea un altro panegirico alla più nobile categoria dei nostri tempi: lo studente fuorisede viziato e sinistroide. Mi perdonino le Muse per codesta opera non sempiterna.


Con dolcezza squisita mostri i tuoi

bianchi dentini alla plebe dintorno, 
ai tuoi coetanei ancora addormentati
nella morale popolare che vorrebbe
una mano dinanzi alle fauci… ah!
Quanto attaccamento dimostrano,
i pusillanimi, nei confronti del vecchio
mondo! Ma tu, autentico esempio d’uomo
nuovo, inghiotti aere e fendi così, con 

temerario gesto, il vecchio sistema di valori.
Poscia, mentre scorri i paffuti ditini sullo
schermo turbo-capitalista del tuo telefono,
apri l’applicazione del motore di ricerca,
digiti due lettere e raggiungi dunque il sito
da te desiderato. Com’è che leggi una rivista
marxista inglese con un prodotto fabbricato
nel lontano Catai, molto probabilmente frutto
illecito di arti infantili? Sarebbe forse d’accordo
il tuo tanto lodato Carlo Marx? Ah, quisquilie
populiste! Sei nel giusto, giovin dottore, è per
questo che puoi leggere con un sorriso un articolo

sul ruolo della donna nella società: ricordi?
Fu sulle spiagge iberiche dell’insula ibizina
che consumasti (non volendo) un amplesso
con una teutonica, fulva, prosperosa madre
di famiglia. Ah, giovin dottore, questi tempi,
questi costumi… abbozzi un altro sorriso,
ripensando all’abilità dimostrata dall’allora
provvisoria compagna, nella nobilisissima
arte del –prudenza! Ma come, giovin dottore,
quando in assemblea dicesti di innalzare
barricate, non intendevi certo di erigere
quella cortissima ed esile torre rosea che
tenta di far breccia nelle tue braghe, o no?
Presto, pensa a qualcosa che sia orrendo:
pensa alla povertà culturale della destra,
agli appelli all’unità della sinistra, certo,
come se litigare per questioni bizantine
non sia meno importante che arginare
i fascismi, pensa al nazionalismo in crescita,
pensa ai gattini defunti del tempo che fu…
GIOVIN DOTTORE! CHE VERGOGNA!
Com’è che pensare a felini trapassati
fortifica tale barricata?! Meriteresti 
d’essere esposto al pubblico ludibrio,
bersagliato di guasti ortaggi: tanto è 
il disgusto che si prova nel passeggiare
per i tuoi radi boschi mentali.
Fa niente, giovin dottore, diremo che sia
colpa d’un certo partito riformista che 
tradì le attese del tuo gruppo. 

Tosto, prendi invece il tuo istrumento di

lavoro e d’occasionale ozio, spalanca
il quaderno e rivolgi i tuoi fiammanti
padiglioni al centro dell’anfiteatro culturale.
Un canuto barbagianni civettuola del teutonico
pensatore, quello baffuto, megalomane…
dannazione, il suo nome non ti sovviene. 
Pazienza, non sarà certo questo a incrinare
il tuo gramsciano pensiero sull’arte e la filosofia.
Né per gioia, né per dolore, abbandonerai 
mai la tua convinzione d’esser profondamente
buono, profondamente nel giusto, profondamente
sano. È con tale forza che ti accingi a un eroico quanto
impopolare (sozza plebaglia) gesto: dal tuo zainetto,
come il miglior agricoltore bavarese potrebbe fare,
estrai una piccina confezione di nettare di vacca,
quattro biscotti appositamente riposti in un tovagliolo,
un minuscolo calice in plastica dove versare il tutto.
Controlli che nessuno veda: persone addormentate,
fisicamente o intellettualmente, in ogni dove; il barbagianni
stesso continua a ciarlare per inerzia, mentre si risistema
gli occhiali e le palpebre gli si socchiudono per lo sforzo;
i tuoi compagni si sono da tempo abbandonati alle

possenti braccia di Morfeo… tutto o quasi tace, tutto o quasi
rivolge gli occhi verso un telefono, un quaderno, il barbagianni,
il niente. Soddisfatto, gongoli come fece il Creti in Bolognina,
intingi il primo dolcetto nel nettare vaccino, spalanchi le fauci:
in prima linea gli incisivi, seguono i canini, terminano il tutto
i molari, veri e propri Arditi del Popolo, pronti a ristorare 
l’ordine pre-reazionario. E mentre agisci, fuori il mondo
continua a carburare, ad infiammarsi, a gemere e a patire.
Ma non distrarti: continua pure a mangiare, non ti badar
dei sacrifici che fecero i tuoi avi perché tu fosti lì, dei
tuoi genitori che tanto faticano per la tua educazione,
non curarti della decrepita muratura che ti rinchiude…
la città è tua, così come la tua esistenza, sicché spenderla
nel trangugiare Gocciole a una lezione sul Nietzsche 
(sì, dev’esser lui, Umberto II difficilmente sapeva il tedesco)
a tuo avviso è esercizio buono e giusto. Ah, sapessi, giovin
dottore, quanta pochezza e vanità regola il mondo…

Leonardo Mori

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