Dark Bologna, maggio 2017

La mia coinquilina C. mi regala due prevendite per un evento techno alla terrazza del Teatro Comunale di Bologna.  Ci vado con G., passa in bici sotto casa mia e andiamo assieme. Siamo cariche, sappiamo che faremo la il pre serata e che dopo tanto si va a casa di Marians –le sue feste sono sempre una garanzia-. Prima di entrare in teatro ci beviamo in fretta due spritz campari; ne smezziamo un terzo, ma la coda si fa all’improvviso più rapida e finisco per congelarmi il cervello scolandolo tutto d’un fiato pur di non buttarlo. Non si spreca mai da bere, soprattutto se sei un fuorisede mezzo alcolizzato. Insomma entriamo in questo posto, saliamo un po’ di rampe di scale seguendo la strada fatta da divieti e da bodyguard che ti mostrano la via e ci troviamo in una sala in stile Luigi XIV, dove in ogni parete abbiamo specchi e stucchi dorati; al soffitto un imponente lampadario intimorisce colui che ci passa sotto. Il targhet è veramente eterogeneo: lavoratori trentenni, radical chic senza età, un paio di universitari fighetti, bolognesi doc, qualche giovane mamma assieme al proprio bimbo e poi noi. Ce n’è per tutti insomma. Rimaniamo subito impressionate dalle costellazioni proiettate sul soffitto di questo salone da ballo. Usciamo e ammiriamo il panorama che si vede da questo terrazzone a forma di L. Tutto è illuminato da una luce verde acido che fa molto alien e c’è pure uno stand dove il barman ti aiuta a creare il tuo proprio cocktail. Però noi siamo pigre per cui torniamo al bar di dentro e con l’omaggio ci pigliamo due negroni. Passiamo il tempo a chiacchierare, fumare paglini e osservare il degrado di piazza Verdi dall’alto e ridiamo come matte osservando tutti quei ragazzi impegnati come formichine pazze a fare cose altrettanto folli, quello che facciamo noi ogni sera a parte questa. All’improvviso vedo Gae e caccio un urlo per chiamarlo (ammetto di aver cercato con cura, per un buon lasso di tempo, qualcuno che potessi conoscere per tirarmela un po’). Lui alza la testa e rimane stupido, come noi d’altronde, chissà come cazzo ha fatto ad averci riconosciute da così distante, poi sono le dieci ma il terrazzo è già pieno. Tentiamo una comunicazione in stile telefono senza fili che però non va in porto, comunque no problem ci si becca da Marians più tardi- gli faccio io- e ci spostiamo per continuare il giro esplorativo. Torniamo dentro, siamo un po’ brilline ma neanche tanto, la location è stra figa ma la musica fa schifo. Techno ambient che ogni volta che sembra partire un basso peso si stoppa e lascia tutti in sospeso. Musica che non è né carne né pesce, dio quanto la odio. Finiamo a ballare a caso tentando di scorgere una parvenza di kick battuto a tripletta (siamo due goane del cazzo io e la mia socia) quando a una certa un tipo, osservando la nostra danza strana, ci chiede se siamo solite andare a serate indie. “Ok qui abbiamo finito” abbiamo pensato in contemporanea, o almeno questo diceva il nostro scambio di sguardi. Prima di uscire G. propone uno shot di Montenegro, sono solo due euro è fattibile. Accetto e torniamo al bar. Grazie ai nostri occhioni blu riusciamo a farci offrire un terzo shot  dal barista, che dividiamo in maniera molto democratica. È tempo di andare da Marians, quindi usciamo e ci incamminiamo verso il Labas. Appena scese è Piazza Verdi ad accoglierci, dove ci attende E, uscita con la sua solita lemma fiorentina (è sempre in ritardo quella ragazza).  Ci fermiamo al Piccolo e Sublime e G. inizia ad ordinare shottini per tutte. Nel mentre arriva pure M., e tra un giro al bagno e uno shot finiamo per farne ben più di quattro o cinque. Ricordo in particolare quello verde, che il barman ha precedentemente incendiato, invitandoci ad aspirare il vapore dell’alcool e poi a bere lo shot. Perfetto G. ci ha distrutto, siamo già tutte e quattro barcollanti e non siamo nemmeno a metà strada. Non so come arriviamo in via Orfeo e nemmeno in che stato entriamo nella casa. C’è un botto di gente che quasi non si respira, ci mettiamo un bel po’ a beccare e salutare il proprietario di casa. “Marians ma chi è tutta sta gente?” esordisco “Che ne so ne conosco meno della metà” sbiascica lui. In effetti ci sono tanti volti nuovi rispetto alle ultime due feste. Ma questa volta lui, L. e K. (i suoi due coinquilini) hanno fatto le cose in grande. L’impianto è molto più grosso rispetto all’ultima volta, e sto giro c’è pure il videoproiettore che proietta un video psichedelico sul muro. Grande Marians che non smette mai di stupirci. Insomma ci perdiamo in chiacchere con gente varia, ballando ritmi ripetitivi, continuiamo a bere vino rosso e bianco di pessima qualità. Ormai la stecca è alta, siamo esagitate e splendide, quella forza che solo l’alcool e la bugiarda sanno tirarti fuori. Si spaccano un paio di bottiglie per terra, ma tanto la prima a farne cadere una è stata la mia coinquilina L. il che fa sentire tutti gli altri meno in colpa. A una certa  vedo il tipo di E. Lei mi aveva chiesto specificamente di tenerglielo distante quella sera perché non avrebbe voluto incontrarlo, e io mi ritrovo in un attimo tra loro due. Lui fa per salutarci, io presa dalla foga lo spingo via con uno strattone urlando “lasciala stare questa sera è mia!”.  La mia amica mi ha amato in quel momento, nonostante quella sera sia finita col farci pace e portarselo a casa, ma questa è un’altra storia. Continuiamo la serata quando ad un certo punto mi si piazza davanti A. Dalla bassa veneta, un ragazzo con un’aura molto oscura, uno scoppiato di quelli che portano con se un fascino da maledetto a tratti da psicolabile. Abbiamo avuto un trascorso strano e rocambolesco. Insomma inizia a sfottermi, facendo battutine per stuzzicarmi. Ma io sono ubriaca, senza filtri e senza remore, e le parole escono dalla mia bocca come micce incendiarie. Tocco tasti dolenti e lui in preda alla rabbia prende la bottiglia di bianco che ha in mano e me la rovescia per metà addosso. Io non ci vedo più e inizio a tirargli pugni e spintoni, e il bello arriva ora. I nostri amici, almeno quelli che hanno assistito alla scena, decidono che è più divertente, o più onesto non so, ma è più probabile la prima ipotesi, tenere fermo l’A e lasciarmi fare. Deve entrare in scena L. trascinandomi via a forza per far calare il sipario sullo squallido teatrino. Finisce che mi trascina fuori, fuori dalla casa in strada, e mi chiede cosa cavolo sia successo. Io ubriaca inizio ad urlare, non voglio che mi veda così ubriaca, sarò ubriaca ma so con chi voglio perdere la dignità e con chi no. Lui ride e mi dice che sono stupenda anche quando faccio la scema, finiamo a casa sua a concludere la serata in intimità. Saranno state le tre, io ero ubriachissima e sarei rimasta volentieri alla festa ancora un po’ per smaltire la sbornia ma ero talmente fuori che non ho subito realizzato la cosa e non sono nemmeno riuscita a far valere le mie opinioni con lui. Succube, sempre succube. Pendevo dalle sue labbra in quel periodo, facendomi trattare da pezza da piedi, a volte consapevolmente altre no, però in cuor mio credevo di meritarmelo, meritarmi lui e anzi dover ringraziare di avere almeno lui. Ovviamente le cose sono un po’ cambiate da maggio a oggi, ottobre. Molte cose, per fortuna.

Elisa Citterio

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