Alla lavagna! E scrivi cento volte ‘sovranismo’

Quando si è all’estero, e ci si stabilisce, l’attualità che riguarda il tuo paese si ritrova improvvisamente all’interno di una bolla mediatica che ti guarda da lontano e che fatichi, a volte, a decifrare correttamente. Il livello di filtraggio aumenta esponenzialmente, le fonti di informazioni diminuiscono, e il web, che non è Che Guevara anche se si finge tale, ti fornisce quotidianamente un elenco di notizie mediate dai tuoi amici all’interno della tua newsfeed, filtrato dalle pagine che ti interessano, selezionato attraverso i siti di giornalismo/informazione che segui e quelli che decidi di ignorare.

Informarsi è diventato più complicato, ma questa è un’ovvietà piuttosto implicita nell’ ‘era dell’ipertesto’, una tendenza generale della nostra sfera pubblica a sovrapporre, mettere insieme tutta una serie di significati (dibattiti, manifesti, ideologie, memes) per dare un’unità strutturale ad alcune discussioni che sarebbero altrimenti molto meno appetibili agli occhi di chi sta al di fuori della res publica (intesa, ovviamente, come qualcosa che riguarda il più vasto pubblico possibile e non in senso istituzionale). 

Chi gestisce le dirette televisive nazionali, chi produce programmi per un target specifico come quello dei bambini sa bene quali sono le modalità di rappresentare, se prevista all’interno del programma stesso, questa categoria. Nella maggior parte dei casi, la televisione riproduce il nostro preconcetto dei bambini come individui in evoluzione, che mancano o comunque necessitano di una guida specifica, che possono avere persino un effetto comico, come Chi ha incastrato Peter Pan ci dimostra, proprio in virtù della loro ingenuità, schiettezza o infantilità. Non voglio lamentarmi o dissertare sulla miriade di programmi che hanno dei bambini come protagonisti di trasmissioni italiane, per mancanza sia di spazio che di casi specifici; piuttosto vorrei far notare come spesso ci venga presentato un ‘pacchetto’ già completo sui bambini, che non si concentra tanto sul domandare “Chi/che cosa sono?”, bensì sul fissare delle definizioni generiche, nella maggior parte piatte e precostruite, su questa fascia di età. Una qualsiasi trasmissione televisiva è in grado di dirci: “I bambini sono A, B, C” e così via, senza mai mettere insieme le lettere. 

Con Alla lavagna! si è andati ancora oltre al presentare i bambini come dotati di caratteristiche che li contraddistinguano: qui hanno il ruolo di semplice megafono di chi gli sta davanti, dei ripetitori particolarmente efficaci in virtù del fatto che sono, appunto, bambini. Non ci vengono presentati dei ragazzini – tra i 9 e i 12 anni – in grado di poter dialogare con il loro interlocutore, ma solamente degli infanti che fanno domande di ampia, vastissima portata al ministro degli Interni Matteo Salvini (e che suonano tremendamente paradossali nella loro ingenuità, effetto di senso ricercato e voluto dalla trasmissione), come ‘che cos’è il sovranismo?’, ‘ma lei è razzista?’ e così via. Il tutto nel giro di poco più di venti minuti, con risposte generiche, glissate, intramezzate da quiz sulle canzoni che Heater Parisi ha fatto negli anni ’80. 

Alla lavagna! riprende il format di una trasmissione francese, Au tableau !!!, nata nel contesto delle elezioni presidenziali francesi nel 2017, le cui prime quattro puntate hanno visto come protagonisti i principali candidati (Macron, Mèlenchon, Hamon, Fillon). Questo dovrebbe togliere ogni dubbio sugli intenti principali del programma. Per chi ancora si facesse domande: sì, è propaganda. Se la parola non piace, possiamo chiamarla campagna elettorale permanente. Ma da cosa nasce la polemica che ne è seguita subito dopo la messa in onda?

La nostra sfera pubblica, tutt’oggi, ha a che fare con una serie di contesti particolarmente differenti tra loro: basti pensare al dibattito in rete che nasce dai comizi elettorali, i talk show che fanno affidamento su ciò che viene comunicato attraverso i social network (Gazebo), i telegiornali 24h che devono in qualsiasi modo riempire il palinsesto con la reiterazione di notizie già passate o non-notizie. I media, insomma, offrono una nuova opportunità di modellare e direzionare il discorso (al) pubblico in modi molto differenti tra loro. Quello che ha fatto Matteo Salvini non è poi così diverso da quello che qualsiasi politico tenta di veicolare nei propri messaggi pubblici: l’unica cosa in cui differisce qui è la pacchianità e l’esagerazione nell’edulcorare il dibattito per mezzo di una finta classe di bambini, con l’unico fine di semplificare al massimo la sostanza. Salvini non è razzista, è solo una persona che vuole far rispettare le regole, non è contro il Sud, ci ha dialogato e lo ha conosciuto quindi ora è tutto a posto, il suo sovranismo è come chi in classe decide di fare i fatti suoi senza ingerenze altrui. Che dire, il messaggio è chiaro. E Salvini ci riesce bene facendo ‘collassare’ il contesto delle istituzioni governative con quello della scuola e una sintattica completamente sconnessa (mettere le motivazioni della scelta dei calzini a pois, canzoni della Cuccarini e la vita familiare di un ministero degli Interni insieme non è neanche definibile bello o brutto, fa soltanto sbucare un grosso punto interrogativo sopra la testa), con tanto di ‘sanzione’ finale da parte della classe (“mah, a me pareva più antipatico, poi mi ha sorpreso”, dice uno dei bambini della classe alla fine della trasmissione). La sanzione generale, però, sembra essere stata dalla rete che si è espressa con un misto di sdegno, confusione e stupore sul programma, nonostante un buono share iniziale (6,4 %). Il punto è che non c’è niente di nuovo sotto al sole. Si tratta sempre dello stesso monaco, solo con abiti diversi. Anzi, stavolta direi senza nessun abito. E se non vi va di vedere un re nudo, spegniamo la televisione.

Alessandro Barbetti

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