Mondanità

È tardi, è buio, sto andando a Bologna Centrale. Ho dimenticato la bottiglia di vino, comprata a capodanno per essere bevuta in un pomeriggio finalizzato a guardare Sex & The City, “ciccioneggiando” con due amiche; tale bottiglia fu acquistata per una finalità che non si è mai concretizzata. Riesco a salire sul treno Piacenza-Ancona, destinazione Faenza. I motivi del mio viaggio sono presto detti e saranno chiariti fra due frasi, non temete, abbiate un po’ di pazienza. Seduto, leggo per una quarantina di minuti circa l’ultimo romanzo di Wu Ming, che leggo per inerzia perché non mi piace ma debbo finirlo. Il treno è inghiottito rapidamente dal nero della pianura emiliana. Sto andando a Faenza per festeggiare la laurea di un mio amico faentino, arrivato alla stazione mi prenderà in macchina un suo amico e mi porterà sul luogo della festa. Festa situata in una cantina abitabile nel centro di Faenza, proprio davanti alla chiesa di San Francesco. Birre a profusione, tantissimo cibo verso il quale mi dirigo contento. Spero non stiate mangiando niente o almeno che non abbiate mangiato da poco: la mia cena è consistita in vellutata di piselli liofilizzata (due porzioni), una tazza di latte di soia e caffè, otto campagnole. 
Già.
Bello.
Sano.
Decido quindi di fiondarmi verso la piadina, i pasticcini, i salatini di ogni tipo. Parlo un po’ con tutti, che più o meno indovinano al primo colpo la mia origine. Mi sento come un animale esotico, nessuno mi conosce, l’alcol aiuta e sfodero la parlantina che piace tanto agli sconosciuti. Qualche battuta qua e là,  qualche chiacchiera con dei milanisti, qualche rissa verbale sfiorata con interlocutori che la pensano diversamente da me. Il mondo è bello perché è vario, il mondo è brutto perché è vario. Cose così. Meraviglio, esprimo la mia risicatissima cultura dovuta all’assenza di vita e pazientemente coltivata con curiosità negli anni. 
Risse vere e proprie non ne ho mai fatte, non sono certo Hemingway (che non è solo un cocktail, ma il più importante scrittore statunitense della prima metà del secolo scorso, robuccia insomma). Torniamo a noi: chiacchiero, mentre il festeggiato (nonché quello che poi mi ospiterà a dormire) pensa bene di mischiare birra, vino e amari. La mia gola s’infiamma sotto i colpi delle venti sigarette fumate, mentre spiego con passione cosa significhi “ruka” in russo egli “rigetta da fondo campo”, fra scivoli e erba bagnata, nel parchetto dinanzi il luogo della festa. Al termine del circo, aiuto a rimettere a posto, butto la spazzatura e vado in macchina col festeggiato. La Fiat Punto corre veloce nella notte, complice l’ora (sono circa le tre e un quarto del mattino) siamo diretti a casa sua, una bella villa di tre piani poco fuori città. Ripenso ai due tipi sedotti verbalmente, che mi considerano così tanto interessante da seguirmi poi su Instagram. La manipolazione è alla base dell’interazione sociale, pare.
Il festeggiato mi parla di una cazzata erotica commessa poco prima, lo consolo, ci scambiamo opinioni sulle donne. Non avrò mai più ventun anni, né potrò fare più discorsi simili, non con la stessa ingenuità, non nelle stesse condizioni.
Arriviamo alla villa, dormo nella camera del festeggiato… ah sì, scusate: per dovere di cronaca menzionerò Ettore, un pastore tedesco buonissimo che mi ha fatto tante coccole appena mi ha visto, Micaela Brambilla e gli animalisti saranno contenti di ciò.  Dicevo, dormo nella camera del festeggiato, osservo foto, quadri, citazioni: un poster dei Led Zeppellin; l’intera Divina Commedia su una pagina, leggibile solo attraverso lente di ingrandimento allargata; maglie da calcio, gadget e dvd sulla Juventus. Una vita che non conoscerò mai appieno, l’ennesima.
Dopo una notte (notte… quattro ore e mezzo di dormita) trascorsa in un giaciglio dalla morbidezza unica, mi sveglio e scendo. Sei paste, ne mangio due inzuppandole nella tazza (della Juve), me ne danno una da portare per il viaggio. 
Stacco.
Scena: Bologna Centrale, circa 50 minuti dopo; campo lungo su me stesso che mi dirigo verso casa. 
Arrivo, faccio la valigia, do l’aspirapolvere. 
Caffè con una mia amica prima del treno. Mi racconta della sua complessissima e tortuosa vita sentimentale, deve essere il leitmotiv della nostra generazione, forse di vite intere di tutte le persone comuni come me che sono il vero carburante nel motore orrendo della Storia, la ascolto, le do consigli, prima di dirigermi di nuovo al treno mi abbraccia. Mi sento sano e pacificato, dopo eventi simili: mantengo la lucidità, quasi, è un’illusione come tante.
Leggo altre pagine di un romanzo nato male, cresciuto peggio, così come ho fatto una manciata di ore prima su un altro tipo di treno, l’uno un regionale operaio, l’altro un borghese Frecciarossa. Arrivo a Firenze, in Piazza Adua mi caricano in macchina mia madre e mio fratello. Pranzo ottimo a un ristorante greco in Borgo la Croce.
Il pomeriggio invecchia così, senza fatti rilevanti, ammesso che ve ne siano stati negli ultimi giorni o in una vita intera.
Per le 18.10 circa mi trovo davanti alla Feltrinelli, quando un dì di tanti mesi fa feci un pranzo con una mia amica, tempi moderni.
Ritrovo quattro ex compagne di classe del liceo, vediamo il film, ogni tanto getto uno sguardo su ciò che riesco a vedere vicino allo schermo. Una teoria psicologica, da molti smentita, afferma che prima di morire è come se si vedesse la propria esistenza e si fosse soli al cinema. Non vi sentite soli, soprattutto quando vedete un mucchio di persone intorno a voi e nessun essere umano? È così difficile comunicare? Non lo so, ripenso agli anni del liceo, chiudo gli occhi e li riapro, il film principia. 
Terminata la proiezione, usciamo, le informo sulla mia vita sentimentale, ascoltano, arriviamo al ristorante e ceniamo. Finita la cena, ci rechiamo in una cabina fotografica automatica dinanzi al ristorante, facciamo tante foto, ne prendo una (fatta con la festeggiata, interista come me, che nella prima foto mi invita a fare il gesto di un calciatore croato festeggiante una marcatura).
Dopo un po’ affronto la notte fiorentina, da solo, sigaretta alla bocca. San Lorenzo mi accoglie e insieme a esso un gelido vento che non viene dai Carpazi, per fortuna, ma dagli Urali. Mi dirigo, tremante e sferzato dal gelo, verso il pub dove un altro compleanno si sovrappone.
Tre motivi da festeggiare per un articolo da tre soldi come questo, con buona pace di Bertold Brecht.  Compro una Guinness, un boccale di oro nero anzi, mi siedo, saluto tutti, strappo un passaggio a casa (resosi concreto per le una e trenta, circa due ore dopo nel tempo di lettura). 
Leggo loro l’ennesimo parto malato della mia mente ributtante pus, ridono, un’amica che studia economia mi esorta a monetizzare. Perché?

Salgo sulla macchina, alle una e sedici partiamo, per le una e trentadue sono sotto casa.
Cerco le chiavi, mi giro verso la macchina da presa sfoderando un sorriso sornione che una fanciulla diabolica amò e odiò al contempo, ma questa è un’altra storia…
Sfodero il mio sorriso sornione, i miei occhi brillano di cattiveria e mentre defeco altre parole che voi non potete capire e vi lascio con tanti interrogativi e riflessioni da espandere, incasinando ancora di più la vostra esistenza, sparisco nell’androne del condominio.

Leonardo Mori

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