Io non mi tuffo

Li guardavo buttarsi dalla cima dello scoglio con fare divertito, quelli. Prendevano la rincorsa e con un salto più o meno acrobatico riuscivano a immergersi nell’acqua cristallina. Io rimanevo lì ferma, ogni tanto facevo uscire la mia reflex e con uno scatto di dita immortalavo i loro tuffi e le agili nuotate che riuscivano a fare. Le giornate oscillavano tra il caldo tordibo e cieli offuscati da nuvoloni, ma su quello scoglio continuavano imperterriti a tuffarsi tutti. “Dai tuffati anche tu” mi urlava sempre il mio amico che mi vedeva sempre lì seduta, immobile, restia dal provare l’adrenalinica sensazione di quel tuffo. Ma io continuavo solo a fare foto, ogni tanto a ritrarre quel mare in dei piccoli quadretti con pittura a olio che nascondevo avidamente sotto il letto e che ogni tanto guardavo prima di coricarmi, nella speranza di sogni sereni.

Ma ogni giorno sedevo su quello scoglio, cosa aspettassi non lo sapevo neppure io: probabilmente la giornata di sole perfetta, di quelle in cui i raggi penetrano nella pelle e non ti fanno riuscire a tenere gli occhi aperti; forse che il mio pranzo abitualmente pesante non avesse corso il rischio di farmi vomitare, o forse qualcuno che si tuffasse con me, magari facendo una capriola con tanto di rincorsa, come quelli che vedevo fare a quell’altri là.

Alcuni a volte li vedevo risalire a stento da quello scoglio, tutti ammaccati e con la pelle pallida; mi facevano quasi paura, si arrampicavano trascinandosi il corpo e si andavano a stendere al sole per un po’, che quasi li guardavo e pensavo che ci restavano lì sdraiati, ma poi li vedevo rialzarsi e rifare il tuffo da capo. Una volta da piccola con un bambino conosciuto in giornata avevo fatto pure io un bel tuffo, da quasi cinque metri di altezza. Mi ricordo che ci siamo divertiti un sacco in quel mare limpido, ma poi io sono dovuta andare via e l’ho lasciato lì a giocare da solo. Era stato triste doverci salutare, ma mia mamma ci fece una bellissima foto che tengo nei miei album. Ogni tanto ci penso, mi guardo quella foto un po’ sfocata e sorrido un po’. Ma da allora non ho fatto piú tuffi; se la corrente dovesse sbattermi con violenza contro lo scoglio, soffrirei, mi farei male. E se dovessi io far del male a qualcuno sbagliando rincorsa e cadendo sulla testa di quello che sta lì sotto? Avrei i sensi di colpa per troppo tempo. A me non basterebbe sdraiarmi al sole per un po’. Un giorno mi son messa lì, proprio sul bordo, avevo le dita dei piedi a mezz’aria e le braccia alzate, assaporavo un assaggio di quell’ebrezza, ma con il corpo tutto rigido e fermo, tesa come una corda di violino: mi guardavo bene, infatti, dal lasciarmi andare e soddisfare quella mia frenetica voglia.

Ancora oggi me ne sto lì, seduta. Continuo a vedere questi che si tuffano, con capriole, rincorse, urla. Non ho più scattato foto e ho smesso di guardare quei quadri per un po’, m’han suggerito che è meglio cosi, che sennó ci sto troppo male. Ma io l’ho detto a loro e lo dico pure a me, che quando riuscirò a far quel salto lo farò di testa dal punto più alto in una giornata di sole e con la frenetica voglia di gustarmi quel mare.

Giulia Giampaoli

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