Pesaro, un Natale di domande.

Mi scuso innanzitutto con i lettori dell’articolo per il ritardo, ma credetemi: quando sei di Napoli, è praticamente impossibile riuscire a scrivere un articolo nei giorni di Natale, senza che la nonna ti poggi sulla tastiera un polpettone o un casatiello, scambiando il PC che hai sulle gambe per una tovaglia leggermente più spessa, su cui poggiare altro cibo perché una tavola di 3 metri non le basterà mai.
Comunque non è di questo che volevo parlarvi, anche se prima o poi un articolo sul cibo o sulle nonne, o sul cibo delle nonne, vi prometto che lo scriverò.
Oggi il tema è un altro, ahimè, decisamente meno allegro, nettamente più importante.
Vorrei di fatto provare ad esprimere un mio commento personale sull’omicidio avvenuto a Pesaro, nella notte di Natale.
Vorrei fare mie le parole di Lia Sava, procuratore del Pool Antimafia. Lei ci parlò di una nuova mafia, la mafia moderna. Parlava di una malavita organizzata che non ha più la coppola, non chiede più il pizzo, non spara più proiettili, ma al mattino si sistema la cravatta, cammina con una ventiquattrore nella mano e con l’altra firma le concessioni per gli appalti. La mafia si è evoluta. La mafia è diventata un concetto, un’idea, un modo di essere. La mafia per lei è anche andare dal medico amico di famiglia e saltare la fila perché è un nostro parente.
Osservando alcuni avvenimenti più importanti, come ad esempio può essere l’arresto di Michele Zagabria, capo del clan dei Casalesi, latitante dal 2002 al 2011 che, al momento dell’arresto, dichiarò <lo stato ha vinto, lo stato vince sempre!> oppure, se si vuole prendere un esempio più attuale e lampante si potrebbe pensare semplicemente al funerale del capo dei Casamonica. Basterebbe domandarsi non tanto quale prete abbia accettato di celebrare un simile funerale, ma come sia possibile che sia stato autorizzato un simile funerale, poiché, visti i numeri dei partecipanti (oltre ai loro cognomi), le forze dell’ordine e le istituzioni (almeno in parte) dovevano esserne a conoscenza, oppure il perché non sia stato immediatamente, non fermato, ma abbattuto un elicottero non autorizzato che volava liberamente su Roma che è soltanto la capitale del nostro paese, nulla di importante.
Ecco, sono queste le domande a cui non riesco a rispondere se non prendendo in fede le parole del procuratore. Sono le uniche, le sue, a poter colmare questa lacuna, questo vuoto, che altrimenti non troverebbe spiegazioni. Una coppola e una pistola non bastano per fare tutto ciò.
Pesaro, da parte di un napoletano che si è trasferito lì, sembra una bomboniera, qualcosa di puro,  è una cittadina tranquilla e silenziosa che si affaccia sul mare, dove il rischio che puoi correre è che ti rubino la bicicletta se la lasci slegata; altrimenti, nemmeno ci provano.
Nonostante ciò, vivendola puoi notare tanti dettagli, che ti portano a farti altrettante domande, più o meno simili a quelle poste sulle vicende precedenti.
Un bambino di Napoli che si fa ragazzo a Pesaro, inizialmente può pensare di essere riuscito a fuggire dalla mafia finché poi, diventato adulto, in realtà si rende pian piano conto di essere finito in un paese che non si allontanava troppo dalle parole della Sava e che in questo vortice (permettetemi di chiamarlo così), per forza di cose, finiscono anche città come Pesaro. Insomma, dalla coppola alla cravatta.
Molti pesaresi saranno rimasti terrorizzati (giustamente) per quello che è successo la notte di Natale in pieno centro. 30 colpi di pistola, 20 pallottole per un morto. Una vendetta trasversale a distanza di anni compiuta da componenti della ‘ndrangheta e consumatasi su Girolamo Biagio, fratello del collaboratore di giustizia Marcello Biagio, capo clan della famiglia Biagio.
Anziché soffermarsi sull’omicidio però, come già in tanti in questi giorni  hanno fatto, vorrei porre delle domande diverse, che non mirano soltanto ai due assassini e alla vittima.
La più scontata riguarda il cognome: come mai non è stato cambiato? Penso che in un programma di protezione inerente un collaboratore di giustizia di quel calibro, questa sia una prassi abitudinaria e basilare oltre che fondamentale. Magari qualcuno si è dimenticato di farlo, capita.
Come hanno fatto a sapere dove si trovava? Come hanno avuto quest’informazione se si parla di un programma di massima protezione? Parliamo dello Stato, lo stato che dovrebbe proteggerci, come può sfuggire un’informazione simile? Forse in realtà si è fatto un selfie con un bel tramonto dietro ed ha messo la posizione su Instagram, lo fanno tutti, capita spesso che a Pesaro ci siano dei bei tramonti…
Ed ora un’ultima domanda, come può un cittadino porsi tutte queste domande? Perché un cittadino nel 2018 deve porsi queste domande? Sono passati 26 anni dalla strage di Capaci, ma lo stato ancora non ha risposto.
A volerla dire tutta, e qui concludo, dal ’94 ad oggi abbiamo visto al potere più affiliati a Cosa Nostra e alle altre Mafie che laureati. Siamo passati dall’indagare un presidente per associazione mafiosa ad uno che davanti ad una  vendetta di mafia si fa prima una foto con pane e Nutella, poi un selfie mentre beve il cappuccino per rispondere alle critiche di chi gli ricordava il suo ruolo istituzionale.
E pensare che una volta sparavano e basta.

Teobaldo Bianchini.

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