Tinte deboli

Mi trovo rinchiuso in una stanza piena di persone. Una luce bianca, illuminata e asettica inonda il luogo, ma, nonostante sia molto intensa, mi è impossibile distinguere i volti.
D’un tratto, le mie mani iniziano a bruciare e a grondare sangue. Urlo, nessuno mi sente. Le mie corde vocali si rompono, la gola mi si riempie di bile putrida e velenosa. Soffoco, gli occhi strabordano dalle cavità oculari, si gonfiano. Le pupille pungono come aghi, nessuno si gira. Cado, senza avere le forze di alzarmi. I timpani mi esplodono e si uniscono alle mani nel prorompere sangue a un ritmo sempre più accelerato. Il naso smette di immettere ossigeno e di emettere anidride carbonica, il flusso s’inverte, i polmoni soffrono così come tutto il mio corpo. Le falangi delle mie dita si spezzano, si accartocciano e infine si staccano in un crescendo di dolore e impotenza. Maledico ogni ente possibile, me compreso, mentre la schiera di persone si ammucchia sopra il mio tronco rendendo ogni respiro sempre più pesante e difficoltoso. Queste figure mi sbranano, qualche mano mi recide la carotide, mi asportano il cuore ancora battente, passano ai genitali tagliuzzandoli, troncano le gambe con lunghissime cesoie. Urlo ancora, muto, senza che neppure io riesca a udire il mio latrato inutile e sordo. Qualcuno tira fuori un accendino e mi dà fuoco al cuoio capelluto, sento il cranio abbrustolirsi, i nervi sfibrarsi, la materia grigia sfrigolare. Mi arrendo al dolore più atroce, non fa effetto, lo strazio continua. Riescono a staccare quel che resta del mio cranio, che ancora cosciente è spostato in un angolo (continuando a sfrigolare e ad annerirsi) mentre il mio corpo è martoriato e continua a soffrire, come se nulla fosse, come se fosse tutto al proprio posto. I miei arti inferiori subiscono l’onda d’urto di pesantissimi martelli che infieriscono senza posa, sono poi ridotti in pezzi sempre più piccoli. Rimango cosciente per tutto questo tempo, finché qualcuno non mi getta acido a fondo dentro l’occhio destro. Riesco a sentire il liquido insinuarsi dentro il teschio, scavare buchi sempre più profondi fino a giungere all’esofago e oltre. C’è un terzetto di mani che s’incarica di aprire un varco nel mio ventre, tirare fuori le mie budella per poi tagliuzzarle. Un fetore indescrivibile riempie la stanza. Adesso la luce bianca di prima, da copiosa e costante, diventa intermittente e sempre più flebile. Mi è impossibile vedere altro, tutto ciò che percepisco è continuo, crescente e indescrivibile dolore. La mia testa è presa a schiaffi, poi a calci, poi di nuovo a schiaffi. Rotola come un pallone da una parte all’altra della stanza, provocandomi nausea (è incredibile che sia così, poiché dovrei essere già privo di vita da diverso tempo e il tutto avviene mentre le mie parti di quello che una volta era un corpo unito e funzionante deperiscono così).
Vorrei essere sordo, per la prima volta riesco a desiderare qualcos’altro che non sia porre un freno a tutto ciò: niente da fare. Grida ferine e risate infernali, prive di lingua, universali, in una crescente confusione di timbri vocali e altezze tonali, riempiono quel che rimane dei miei timpani. Desidero non essere mai nato, ma questo strazio continua, continua, continua…

Leonardo Mori

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