Incipit

Premessa: non sono un critico letterario, non sono uno scrittore, non sono un teorico. Quanto leggerete, sarà solo il frutto della mia esperienza e del dettato della mia coscienza, niente di più.

 

MOBY DICK
(Herman Melville, 1851)


Call me Ishmael.
(“Chiamatemi Ismaele”)


È uno degli incipit più diretti, profondi e laconici della storia della letteratura statunitense.
Possiamo già intendere almeno tre elementi, che si svolgeranno per tutto il romanzo, da parte dell’Io narrante: il primo consiste nel presentare il narratore come non appartenente alla classe borghese; il secondo sta nella chiarezza palese della fonte per i nominativi di tutti i personaggi del libro, l’Antico Testamento: tale elemento si riallaccia con lo spirito religioso statunitense di metà Ottocento; il terzo, a livello più meramente contenutistico, è l’assenza di avverbi o aggettivi: con tre parole Melville rinuncia a ogni altra descrizione (almeno nell’incipit) del protagonista, di cui sappiamo solamente essere un maschio probabilmente adulto. Questo taglio, e l’intera opera in generale, non porterà fortuna all’autore: stroncato da critica e pubblico, sarà il canto del cigno di una carriera sicuramente produttiva ed esteticamente valida, non considerata però tale per almeno i tre decenni successivi.
FINNEGANS WAKE
(James Joyce, 1939)

riverrun, past Eve and Adam’s, from swerve of shore to bend of bay, brings us by a commodius vicus of recirculation back to Howth Castle and Environs.
(oggettivamente intraducibile, riportiamo qui una traduzione lontanamente fedele:
“fluidofiume, passato Eva e Adamo, da spiaggia sinuosa a baia biancheggiante, ci conduce con più commudus vicus di riciclo di nuovo Howth Castle Edintorni.”)
L’ultima fatica dello scrittore dublinese, un’impresa letteraria durata quindici anni, rivela già in queste due righe la profonda attenzione da lui dedicata allo sperimentalismo linguistico e alla tecnica del “flusso di coscienza”. Il rischio di esprimere banalità è altissimo, di conseguenza mi limiterò ad apportare pochissimi spunti di riflessione, in forma di elenco.
1) La prima parola è un neologismo, scritto in minuscolo.
2) Il carattere eroicomico dell’opera si rivela nell’inciso dopo la prima parola, rendendo omaggio al “Tristram Shandy” di Laurence Sterne, vera e propria pepita letteraria del Settecento inglese.
3) L’allitterazione dell’inciso successivo, pressoché non traducibile per le dovute differenze morfo-fonetiche di ogni lingua, può essere letta come un collegamento dovuto e meditato ai poemi epici del mondo anglosassone e irlandese in particolare.
4) Dopo averci confuso con precisissime e al contempo indefinitissime coordinate spaziali, la nostra attenzione si dischiude nella violenza dell’ultima parola.
Si capisce bene, già da questo incipit, quanto lo sperimentalismo linguistico sia portato agli estremi e quanto di Joyce rimanga in tutta la letteratura “isterica” e “postmoderna”  sviluppatasi nel corso del secolo e tuttora vivente.
ARANCIA MECCANICA
(Anthony Burgess, 1962)

– Allora che si fa, eh?
C’ero io, cioè Alex, e i miei tre soma, cioè Pete, Georgie, e Bamba, Bamba perché era davvero bamba, e si stava al KorovaMilkbar a rovellarci il cardine su come passare la serata, una sera buia fredda bastarda d’inverno, ma asciutta. Il Korova era un sosto di quelli col latte corretto e forse, O fratelli, vi siete scordati di com’erano questi sosti, con le cose che cambiano allampooggigiorno e tutti che le scordano svelti, e i giornali che nessuno nemmeno li legge. Non avevano la licenza per i liquori, ma non c’era ancora una legge contro l’aggiunta di quelle trucche nuove che si sbattevano dentro il vecchio mommo, cosí lo potevi glutare con la sintemese o la drenacrom o il vellocet o un paio d’altre robette che ti davano un quindici minuti tranquilli tranquilli di cinebrivido stando ad ammirare Zio e Tutti gli Angeli e i Santi nella tua scarpa sinistra con le luci che ti scoppiavano dappertutto dentro il planetario.

Inquietantissimo e ferocissimo romanzo ambientato in un distopico futuro prossimo, è difficile non innamorarsi, benché la poesia e la musicalità siano tradite nella traduzione, della perizia linguistica e creativa dimostrata dall’autore. Piccolo spoiler: la primissima frase è identica negli incipit dei tre blocchi che compongono il romanzo, forse è il narratore che parla, forse no. Burgess inventa un linguaggio del tutto nuovo: il narratore parla uno slang, il Nadsat, un misto fra la lingua russa e il londinese cockney parlato dagli operai di West-Ham, illuminante sintesi dei due mondi culturali della guerra fredda.  Onomatopee, congiunture allitteranti, neologismi… c’è veramente di tutto e di più in questo potentissimo incipit. Virtuosismo puro ma non esasperante, capace di rapire il lettore: voto massimo con lode.
LA METAMORFOSI

(Franz Kafka, 1915)

Als Gregor Samsa eines Morgens aus unruhigen Träumenerwachte, fand er sich in seinem Bett zu einem ungeheuerenUngeziefer verwandelt. Er lag auf seinem panzerartig hartenRücken und sah, wenn er den Kopf ein wenig hob, seinengewölbten, braunen, von bogenförmigen Versteifungen geteiltenBauch, auf dessen Höhe sich die Bettdecke, zum gänzlichenNiedergleiten bereit, kaum noch erhalten konnte. Seine vielen, imVergleich zu seinem sonstigen Umfang kläglich dünnen Beineflimmerten ihm hilflos vor den Augen.


(“Una mattina Gregorio Samsa, destandosi da sogni inquieti, si trovò mutato, nel suo letto, in un insetto mostruoso. Era disteso sul dorso, duro come una corazza, e alzando un poco il capo poteva vedere il suo ventre bruno convesso, solcato da nervature arcuate, sul quale si manteneva a stento la coperta, prossima a scivolare a terra. Una quantità di gambe, compassionevolmente sottili in confronto alla sua mole, gli si agitava dinanzi agli occhi.”)

Racconto lungo, pubblicato sullo sfondo di un conflitto mondiale, “La metamorfosi” di Kafka non cessa ancora oggi di scuoterci e di stupirci. Parallelamente alle migliaia di granate lanciate ed esplose dalle trincee, il soldato semplice Kafka sembra follemente raccogliere e ricomporre le schegge, elencandole e mostrandoci, con le sue mani sporche, intirizzite dal freddo, insanguinate, la patina di orrore e alienazione che ricopre la realtà tutta e che troppo spesso volutamente ignoriamo. È un’illustrazione fredda e alienante di cosa significhi davvero “essere umano” nella schizofrenica società contemporanea. La Casualità è divinità temibile, violenta, sanguinaria. La brutalità sottesa e udibile in sottofondo cozza con l’orrida musicalità del testo. Benché sia scritto in tedesco, questo incipit ha un rumore di sottofondo di portata e rilevanza universali, comprensibile a chiunque. Mi hai fregato, Franz: non riesco a esprimermi su di te, non perché non sappia cosa dire, ma perché come te so quanto sia impossibile vincere contro l’incomunicabilità imperante.

 

UNO NESSUNO CENTOMILA

(Luigi Pirandello, 1926)
«Che fai?» mia moglie mi domandò, vedendomi insolitamente indugiare davanti allo specchio.
«Niente» le risposi, «mi guardo qua, dentro il naso, in questa narice. Premendo, avverto un certo dolorino.»
Mia moglie sorrise e disse: «Credevo ti guardassi da che parte ti pende.»
Mi voltai come un cane a cui qualcuno avesse pestato la coda: «Mi pende? A me? Il naso?»
E mia moglie, placidamente: «Ma sì, caro. Guardatelo bene: ti pende verso destra.»
Avevo ventotto anni e sempre fin allora ritenuto il mio naso, se non proprio bello, almeno molto decente, come insieme tutte le altre parti della mia persona. Per cui m’era stato facile ammettere e sostenere quel che di solito ammettono e sostengono tutti coloro che non hanno avuto la sciagura di sortire un corpo deforme: che cioè sia da sciocchi invanire per le proprie fattezze. La scoperta improvvisa e inattesa di quel difetto perciò mi stizzì come un immeritato castigo.

 

 

Leonardo Mori

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