Miscellanea

Siena. Piazza del Campo. Sabato pomeriggio marzolino.
Stamattina, mentre salivo sul treno per Firenze, non avrei certo immaginato di trovarmi seduto qui, in una delle piazze più singolari d’Italia, a scrivere su un taccuino il dettato della mia coscienza. Dormirò a pochi passi da questa alta torre col cappello bianco, che ha visto cedere i secoli, abbattendoli uno dopo l’altro. Mentre scrivo questo, mi sovviene uno dei capitoli iniziali dell’Armata dei sonnambuli di Wu Ming. “Te la si conta noi com’è che andò…” non ricordo come continui. Ho aspettative confuse per stasera; scriverò altro, non scriverò, sarà una serata piacevole? Chi può dirlo? Piano piano il sole tramonta e intorno a me si spande un’ombra, ma dentro di me, eterna, domina l’ansia. Sul pullman per Siena ho mangiato qualche racconto di Bukowski, in un libro comprato forse da mio padre più di trent’anni fa.

Due brevissime puntualizzazioni:
1) il racconto è un genere singolare e ancora da esplorare;

2) la cultura statunitense è meritevole di un’analisi approfondita;

3) [ho mentito] Hemingway e Foster Wallace si parlano. Ernest chiede a David: “Cosa significa vivere?”
David chiede a Ernest: “Cosa significa essere un essere umano?”.

Fine delle considerazioni.

Ignoro l’esatto numero di lingue esistite ed esistenti, pensare tuttavia che ci siano diverse migliaia di modi e suoni per esprimere quanto accada sotto il cielo di questo sassolino nel cosmo dà sensazioni contrastanti. Ho avuto la fortuna di parlare la stessa lingua di chi ha scritto “l’aiuola che ci fa tanto feroci” e “L’infinito”. Non mi sarei lamentato neppure se mi fosse toccata in sorte la lingua di Nietzsche, di Shakespeare, di Puškin o di Zola. Ogni cultura decide di esprimersi come può e vuole e – sono le sei.

Cosa ce ne facciamo della vita, davvero? C’è chi ha l’arroganza di lasciare un segno nel tempo, sia egli il Faulkner di turno o il vandalo che imbratta il muro con “Chiara ti amo ti prego torna”.

Piazza Indipendenza, Firenze, cielo nuvoloso. Qualche volto dentro di me fa breccia, una coppia che – gli autobus passano con minore frequenza di domenica – una mia coetanea rider in bicicletta pedala mentre manda un messaggio vocale – sale in salita una via di Siena che non conosco, alle due del mattino, lei ha un caschetto moro e tiene il telefono vicino all’orecchio, ascolta una canzone e la canticchia, non saprò mai quale sia il suo nome né ricordo il volto del suo compagno (né saprò cosa stesse ascoltando).

Alla festa un ragazzo si è sentito male e ha vomitato mezza bottiglia di gin in due ore di delirio, mentre Viola (che è senese) gli ha parlato in un tono misto fra una paternale e una schietta consapevolezza – con un pizzico di ascolto attivo e sincera comprensione.

Diamo consigli per sentirci migliori, dentro ognuno di noi albergano cattivi pensieri.

In bus un uomo tiene ferma una carrozzina con due gemelle. Due gemelle erano anche le ragazze di ieri sera che in mansarda cantavano una canzone dei “La rappresentante di lista”.

Poco prima, discorrevo in un tedesco maccheronico con una ragazza bionda di Pordenone che l’ha imparato frequentando il liceo classico sperimentale di Vattelapesca (non ha menzionato il luogo e non ho capacità mantiche come Tiresia).

Lo sguardo appreso e misterioso di Anita, che mi ha ospitato a dormire e mi ha permesso di fare un’esperienza organizzata in appena tre ore – il tempo di scendere a Firenze, contrattare, pranzare, sistemare lo zaino e partire – si posa su di me e non riesco a decifrare niente. Siamo fatti di ipocrisia, manipolazione e incomunicabilità, benvenuti nell’ultimo anno di questo folle e inenarrabile decennio.

La retorica mi ammazza. Meta-citazioni del cazzo si accompagnano a spunti originali, descrivere tutto è impossibile, lasciare un messaggio è improbabile. Resto lì con il testo carico, il dito sul grilletto, ma la freccia non scocca, non colpisce il bersaglio – bersaglio – che nemmeno c’è – davvero l’ho scritto? – … quindi?

Serata piacevole conclusasi col passeggiare con un madrelingua ladino che ovviamente parla un italiano impeccabile perché bilingue e si discute delle stelle e di come noi individui del Terzo Millennio ormai non riusciamo più a vedere quelle costellazioni e a drizzare le antenne per la volta del Creato
– no, togli quest’ultima parola per favore, siamo laici e vaccinati –
per la volta del Cosmo
– già meglio, chissà se qualcuno coglierà il riferimento musicale, improbabile, avanti signori, mettetevi in fila c’è già tanta gente che mi odia –
passeggiando come dicevo per le vie del centro storico di Siena e nel corso qualche anima sperduta cerca di tirarsi su e camminare e sfogarsi e la punteggiatura è (è?) fragile e lo stile sfilacciato e non si può fare così, non si può fare così. Non. Si può. Fare. Così. No.

Deliranti queste ottocento parole scritte e lasciate ad asciugare. Mamma mia.

Leonardo Mori

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