Venti(quattro)

MATTINA

Mi sono alzato tardissimo e sono in ritardo per lezione. Stamattina avevo il prosciutto negli orecchi: la sveglia ha suonato a lungo senza, poverina, venire minimamente considerata.

Poco importa. Mi vesto al volo e mi fiondo giù dalle scale; all’angolo di via Bolognese e piazza dell’Unità c’è il bar che preferisco della zona. È gestito da una famiglia di cinesi, moglie e marito. Ogni tanto c’è pure il figlioletto, che credo abbia poco più di sette anni. È incredibile come tutti e tre parlino in un italiano perfettamente corretto, senza la minima flessione straniera; eppure Chen è in Italia solo da qualche anno, non abbastanza per ottenere la cittadinanza italiana. E pensare che alcuni politici vorrebbero mettere un test di lingua italiana per tutti gli immigrati, quasi a rendere impossibile un iter già di per sé troppo lungo, contorto e rocambolesco. E tutti gli ‘italiani’ che sento parlare alla radio e alla televisione, che non sanno nemmeno coniugare correttamente un congiuntivo, o costruire una consecutio temporum logicamente coerente, dove li mettiamo? Se attuassimo lo stesso criterio anche con gli italiani, giusto per rivendicare o togliere la nazionalità, quante persone verrebbero effettivamente risparmiate? Sarebbe sicuro una carneficina. Che poi dico, se so parlare non è detto che conosca le regole grammaticali, anzi. Come quando ti consigliano di andare a Londra per imparare l’inglese parlando con gli autoctoni, mica ti chiedono se il pronome che hai usato è oggetto o soggetto della frase! Non so proprio che pensare, questo paese è proprio strano, al limite del paradossale. Forse è meglio bere in fretta il caffè, non posso sbarellare così di prima mattina «Sai cosa Chen, anche una brioche alla crema, grazie!»

 

 

PRANZO

Adesso mangio delle polpette confezionate riscaldate in microonde e non mi piaceranno molto ma costavano 2,50€ e il piatto piange un po’ come il portafoglio e penso sia molto strano il fatto che alla mia età il mio bisnonno mangiava pane fatto in casa e faceva il barrocciaio che per chi non lo sapesse semplicemente era un camionista ante litteram e lo faceva in Maremma e si alzava stra-presto la mattina e lavorava 12-14 ore e mica c’erano i supermercati o i microonde e le città erano più piccole e c’erano sì i negozi alimentari ma insomma non esisteva nemmeno come concetto l’Esselunga la Conad la Standa o robe simili e ciò da una parte è strano voglio dire fino a nemmeno cent’anni fa la gente produceva il cibo che mangiava e sapeva cosa ci fosse dentro; in più c’erano le ghiacciaie ora invece chissà se nelle polpette c’era un vitellino o un residuo industriale di pattume o plastica stile Marcovaldo ecco la vita moderna è anche questa e c’è tanta abbondanza e la gente vive più in città e guadagna un salario fisso poi compra il proprio cibo principalmente in supermercati con casse automatiche e paga con bancomat però che progresso passare da 1000 calorie al dì sudate con fatica e impegno a prodotti sopra le 1200 kcal al pezzo pagate fisicamente molto meno almeno solo nell’atto di comprare tutto ciò è triste e comunque queste polpette non sono poi molto male e si difendono bene e ora mentre mastico rispondo a dei messaggi e forse dopo avrò ancora fame.

 

 

POMERIGGIO

Dovevo andare in farmacia ma l’ho trovata chiusa. L’orologio segna le cinque meno quindici e già mi sto innervosendo e non ho la minima voglia di stare in giro, il mal di gola mi passerà da solo.

Il sole è coperto dalla solita coltre di nebbia e nuvole bianche e io non vedo l’ora di essere a casa. Mentre cammino mi sento uno dei discepoli di Aristotele, che filosofeggia con le mani dietro alla schiena vagando per le vie di Bologna.  Anche oggi, nonostante il clima, il centro pullula di turisti. Arrivo in piazza Maggiore e decido di sedermi un attimo su uno scalino di fronte a San Petronio. Chissà quante persone si saranno fermate qui come me in questo momento ad osservare la facciata incompleta di questa chiesa. All’improvviso mi focalizzo su un’immagine che mi disturba; un tarlo inizia a rosicchiare il mio cervello. Non riesco più a pensare ad altro e comincia il flusso di coscienza. Mi chiedo come mai la piazza sia piena di poliziotti, carabinieri, militari e mi chiedo cosa significhi davvero sentirsi sicuri. Sentirsi sicuri è molto diverso dall’esserlo effettivamente. Non si può pensare che dei militari armati, a bordo di una jeep che sembra un carro armato ad uranio, contribuiscano a creare un ambiente migliore nella zona più centrale della città. Penso che forse, se qui ci sono così tante forze dell’ordine, un motivo effettivamente c’è. Lo scopo è quello di evitare stragi, attentati, tragedie come quella del Bataclan a Parigi; io purtroppo continuo a vederla soltanto come una dimostrazione di forza, come un modo attraverso cui far capire a tutti che lo Stato è qualcosa di più che un concetto filosofico. Il fine è tutelare i cittadini creando un deterrente anche nei loro confronti.

Mi chiedo se in caso di attentato tutto ciò possa garantire o meno una maggiore sicurezza per le possibili vittime, ma sono dinamiche nelle quali non posso immedesimarmi. Anche immaginando che così sia possibile salvare delle vite, riempire tutte le strade di militari armati per la paura di un qualcosa che potrebbe accadere non sarà mai una soluzione. Ho sempre preferito tenere su due piani distinti sicurezza e libertà, e penso che il modo migliore per contribuire ad entrambe sia quello di non avere pregiudizi verso ciò che non si conosce, preferendo il dialogo all’intimidazione.

Continuo a rifletterci, mentre mi avvio verso casa…

 

NOTTE

Come ogni notte, il buio si accumula intorno a me, gli occhi spalancati in un silenzio immobile. Questo stato causa la mia insonnia da anni, dandomi l’idea di non aver mai dormito se non raramente; ore a cui non dare troppo peso.

Tutti lo consigliano: alzati, vestiti, esci e cammina. Così faccio e mi chiudo la porta dietro le spalle imboccando via Ferrarese.

Non c’è nessuno in giro questa notte e mi sembra cosi strano: avere una città a disposizione mi dà la sensazione di terra bruciata, di supremazia e desolazione contemporanee. Forse è proprio così che ci sentiamo dentro ai nostri confini e ancora di più fuori da essi: sovrani prima, granelli poi.

Mi chiedo cosa nasconda quest’anarchia globale, mi chiedo perché abbiamo bisogno di sentirci sovrani, supremi se nel momento in cui guardiamo al di fuori del nostro reticolato, appare chiaro che non lo siamo. Sembra un patto nascosto, un pregiudizio insaziabile.

Cerchiamo ogni giorno di raggiungere l’angolo di mondo più remoto, attraverso le nostre ambizioni, il nostro “progresso”, inventiamo e costruiamo strumenti, ma appena possiamo ci rintaniamo nel nostro individualismo e in quello di chi lo condivide, perdendo le mete che ci eravamo prefissati, allungando sempre di più le distanze.

Tutti parlano di confini, ma, a dir la verità, io non ne ho mai visto uno perché forse il vero confine, la vera frontiera è proprio nella mia testa, disillusa, che non riesce più a dormire.

E tu notte dove fuggi, così sconfinata, e dove arrivi? Senza un traguardo resti impassibile ed io in piedi, fermo, a guardarti. Tra poche ore anche tu valicherai un “confine” ed io tornerò a casa; eppure mi viene da pensare che queste distanze siano solo alibi, finte protezioni, dogane di reticenza.

Io sono qui, su questa terra, che vista da lassù non avrà né confini né frontiere e resisto a questo sonno che mi chiude gli occhi piano piano.

 

Anna Aziz
Elisa Citterio
Cesare Faustini
Leonardo Mori

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...