Le smanie del pergolato

Questo è un esercizio di scrittura che proponiamo a chiunque voglia pubblicare qualcosa con noi: scrivere da dentro un quadro.

-“La serva, dov’è la serva? ”

Sanno solo chiedere di me, non riuscirebbero neanche a vedere due tramonti se io lasciassi questa casa. Eppure nessun accenno di gratitudine. Fare la serva, spero nessuno lo sappia, è un mestiere difficile, lo è ancora di più nella prospettiva che tutta la tua stirpe sarà ridotta a questa condizione. L’unico appiglio di salvezza rimane l’ignorare i fatti e trascorrere il divenire senza porsi domande. Io talvolta ci riesco, talvolta no; quando sistemo il pergolato e l’occhio mi cade sull’edera che, intrecciata tra sé stessa e il fil di ferro, cresce, scendendo, fortificata da quei legami, sento che l’indifferenza verso l’esistenza non è più possibile e mi chiedo quali siano i nostri legami. Quali siano quelli di edera e quali siano quelli di ferro.

Ecco, qua nel cortile, la scena che tra poco mi si mostrerà davanti, è già stampata nella mia mente, e ve ne darò dimostrazione per farvi capire quanto la nobiltà abbia la mente annebbiata, anch’essa, dalla monotonia della vita, di cui noi diventiamo totali partecipi, unendo in una sorta di simbiosi sociale, le due vite: quella del servo e quella del servito.

La signorina Elena sarà la prima di cui incontrerò lo sguardo: la sua unica fonte di distrazione è osservare la lentezza delle serve e lamentarsi di loro con le amiche. Delle serve è sempre più vanto lamentarsene che glorificarsene. Avrà il ventaglio bianco nella mano; lo ha sempre da quando ha deciso di smettere di fumare, perché si sa, il fumatore potrà anche rinunciare al sapore del fumo ma non riuscirà facilmente a staccarsi dalla gestualità di riempire la mano con qualcosa. Perciò ha sostituito la sigaretta con il ventaglio e da un mesetto circa non fuma più. Ma cosa sarà di lei quando delle cicale resterà solo il guscio?

Donna Bianca, invece, ci mostrerà il suo paradosso: portare un nome così candido e vestirsi sempre in nero, per celebrare la morte del suo amato marito, deceduto ormai da 20 anni.

Probabilmente starà guardando con occhi malinconici la figlia di sua sorella minore.

La morte le ha portato via non solo la speranza di un amore degno, ma anche la possibilità di sfogare quel suo istinto materno che adesso rimarrà represso per sempre.

La piccola Mery, oggetto di tanto desiderio, crescerà inorgoglita da tutta questa attenzione ottenuta in così tenera età e per questo avrà, in futuro, un’indole superba.

Donna Elisabetta, infine, non mi mostrerà neanche il volto, neanche si accorgerà che la serva ha portato il caffè, fino a quando, tutte lo avranno già finito e ripreso più volte. Allora lei lo reclamerà e sarà, questo suo rimprovero, motivo di argomento per la signorina Elena.

Io, udito quell’ordine, ritornerò, con il caffè sul vassoio, pronta allo scenario che avrò di fronte.

E la scena si ripeterà per altre due o tre volte nella giornata, fino a quando non verrà chiesto di servire la cena.

Cosi noi trascorrevamo la nostra giornata, in quella dimora estiva, con il biondeggiare del grano intorno a noi e il calore del giorno. Cercando, come meglio potevamo, di occupare la noia. Così, anche quelle piccole incomprensioni o discrepanze tra i nostri caratteri erano motivo di sopravvivenza per i nostri animi così aridi di noi donne, che abbiamo meno occupazioni che ci permettono di sopravvivere rispetto agli uomini. E se forse, un giorno, un pittore dall’animo indolente, vorrà riportare sulla tela i vani tentativi che noi donne facciamo per mantenerci in vita e non morire prima del tempo, consiglio di dipingere noi, cosi come siamo, nel pergolato.

 

 

 
Chiara Stoppioni

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