GLI HANDLOGIC CI RACCONTANO…

In occasione della terza edizione del DIY FIRENZE FESTIVAL abbiamo incontrato le cinque band che si alterneranno il palco. Tutte loro parteciperanno con un ritmo e uno stile diversi, ma con un ideale comune: sostenere l’esibizione della musica dal vivo.
Alle casse di risonanza dei loro concerti se ne è aggiunta un’altra: la nostra! Non riproduciamo tracce musicali o cantati, non trasmettiamo pezzi, trasmettiamo le loro idee e le loro opinioni, elementi che suonano più o meno su ritornelli comuni: creare una comunità artistica, aprire spazi dove esibirsi, sensibilizzare il pubblico all’ascolto della musica dal vivo.
C’è una realtà paradossale a Firenze: l’abbondanza di artisti si accompagna alla carenza di spazi.
Abbiamo individuato Firenze come una realtà che stimola gli artisti ma che non ne crea il pubblico o lo spazio. Sono tutti artisti a Firenze? Dov’è il pubblico?
L’artista fiorentino deve essere esiliato per essere apprezzato?
C’è una confluenza di stili e di animi (dal poetico al casinista, dall’esoterico allo psichedelico), ma tutti questi artisti sentono la necessità di creare una robusta realtà fiorentina, attualmente mancante. Noi di Luft abbiamo dato una mano, aprendo uno spazio virtuale dove possano venire fuori le loro problematiche e il loro entusiasmo.  Sound on.

 

Leonard, il tastierista degli Handlogic, sembra un tipo vispo e gentile. La sua capigliatura, un mix fra Ben Harper e Frank Zappa (circa), rientra perfettamente nel suo personaggio.  Lo incontriamo ad un tavolino delle Murate (un bar vicino al centro di Firenze): è lui a mettere noi a nostro agio, non il contrario. Questo tratto, per quanto utile, ci incuriosisce, denotando una certa naturalezza nell’esprimersi.
Ci racconta del loro esordio fortunato, delle oltre centoventi date affrontate, dell’impegno che loro stessi hanno messo per promuoversi. Sembra riposato, fresco, determinato. È una band giovane che ha già compreso come muoversi in questo mondo (quindi, Handlogic, non potete denunciarci per diffamazione).

Racconti ai nostri lettori com’è nata la band?

La band è nata a Firenze nel 2016. Nel nucleo originale eravamo inizialmente tre, fra membri uscenti ed entranti siamo quattro. Ognuno di noi era in altre band e ci siamo uniti in seguito.
Abbiamo esordito con il primo posto al Rock Contest di Controradio nel 2016. Questo ci ha permesso di fare tour su scala nazionale, abbiamo prodotto un EP alla fine del 2016 e il primo disco è stato pubblicato a maggio 2019 con l’etichetta Woodward.

Che tipo di musica fate?

È difficile da dire. Noi lo definiamo pop sperimentale, perché è un contenitore molto comodo. Su una base pop sperimentiamo molto. Siamo partiti inizialmente da un tipo di musica elettronica e ci siamo aperti progressivamente ad altri generi.

Qual è il vostro pubblico di riferimento?

Domanda interessante!

Inizialmente non avevamo un target di riferimento, ci siamo detti: “Facciamo questa musica, vediamo chi la ascolta.” Siamo stati fortunati, riscontrando successo da vari tipi di pubblico. Siamo entrati nel giro dell’indie italiano, ma girando per l’Italia abbiamo avuto anche la possibilità di aprire un concerto di Paolo Fresu, noto jazzista italiano.
Speriamo che non sia un pubblico di soli musicisti, perché se da un lato avere l’apprezzamento di altri artisti è soddisfacente, dall’altro significa che il messaggio non oltrepassa il confine tecnico.

Cerchiamo di arrivare a un pubblico il più ampio possibile.

È la prima volta che partecipate al DYI Firenze Festival?

Sì. Abbiamo scelto di partecipare perché siamo stati invitati e perché desideriamo, dopo un lungo tour per la penisola, chiuderlo a casa. Celebriamo così l’underground fiorentino. Il Festival risponde a quest’esigenza. Vogliamo contribuire il più possibile al tessuto musicale della città. A Firenze ci sono moltissimi musicisti, che però non sempre hanno uno spirito di comunità o l’occasione di esprimersi.

 

Avete avuto esperienze artistiche in altre realtà diverse da quella fiorentina?

Abbiamo fatto 120 date negli ultimi anni. Siamo stati fortunati a vedere altre realtà in Italia. A livello di comunità, c’è molta varietà. Il DIY Firenze Festival ci piace perché pesca dal territorio fiorentino, cosa che non succede spesso. A Napoli ad esempio c’è molta partecipazione dal basso, come nei centri sociali. Generalmente ci sono tante persone che organizzano eventi in periferia. A Milano il discorso è completamente opposto ma anche lì c’è molta partecipazione. Ci sono moltissimi festival che tendono a riproporre le stesse cose perché danno successo assicurato, mentre altri festival, magari meno importanti, propongono nuovi artisti che altrove non si esibiscono.

Hai detto che a Firenze ci siano molti artisti, ma c’è il pubblico?

La situazione potrebbe migliorare. Ci dovrebbe essere più la consuetudine di andare ai concerti. Confrontandosi con coetanei (persone fra i 20 e i 30 anni), non è così scontata la curiosità di andare a dei concerti con artisti magari meno conosciuti. Questo dovrebbe essere incoraggiato, perché creerebbe un circolo virtuoso.

Una curiosità: ci racconteresti un aneddoto sulla peggiore situazione in cui abbiate mai suonato?

Me ne vengono in mente due. La peggiore in assoluto è stata in un paesino di montagna dove abbiamo suonato in un pub. L’alloggio era davvero umido: c’erano due stufe in una stanza. Abbiamo suonato sudati fradici. Il locale era piccolissimo, per fortuna il pubblico beveva birre ed era di spalle rispetto a noi. Era praticamente una cantina.

Un’altra volta abbiamo suonato nel sud della Toscana. Il locale era pieno… ma tutte le persone erano fuori! C’era un solo spettatore, che ha comprato due dischi. È stata una delle rare volte in cui abbiamo venduto più dischi rispetto al numero di spettatori!

 

 

Leonardo Mori (il radical)
Chiara Stoppioni (la chic)

 

 

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