GLI HANDSHAKE CI RACCONTANO…

 

In occasione della terza edizione del DIY FIRENZE FESTIVAL abbiamo incontrato le cinque band che si alterneranno il palco. Tutte le band parteciperanno con un ritmo e uno stile diversi, ma con un ideale comune: sostenere l’esibizione della musica dal vivo.
Alle casse di risonanza dei loro concerti se ne è aggiunta un’altra: la nostra! Non riproduciamo tracce musicali o cantati, non trasmettiamo pezzi, trasmettiamo le loro idee e le loro opinioni, elementi che suonano più o meno su ritornelli comuni: creare una comunità artistica, aprire spazi dove esibirsi, sensibilizzare il pubblico all’ascolto della musica dal vivo.
C’è una realtà paradossale a Firenze: all’abbondanza di artisti si accompagna la carenza di spazi.
Abbiamo individuato Firenze come una realtà che stimola gli artisti ma che non ne crea il pubblico o lo spazio. Sono tutti artisti a Firenze? Dov’è il pubblico?
L’artista fiorentino deve essere esiliato per essere apprezzato?
C’è una confluenza di stili e di animi (dal poetico al casinista, dall’esoterico allo psichedelico), ma tutti questi artisti sentono la necessità di creare una robusta realtà fiorentina, attualmente mancante. Noi di Luft abbiamo dato una mano, aprendo uno spazio virtuale dove possano venire fuori le loro problematiche e il loro entusiasmo.  Sound on.

 

Giulio, cantante degli Handshake, ci regala parole leggere che diventano decise quando provengono dal palco. Dall’apertura al concerto degli Zen Cirus ad una (quasi) rissa con una spettatrice non proprio fan, questa band porta un messaggio che trova terreno fertile al DIY FIRENZE FESTIVAL: l’ascolto della musica dal vivo è una delle poche esperienze vere in un mondo, specie quello musicale, che ci spinge sempre di più verso il sintetico, il plastico e il virtuale. In un mondo dai ritmi sempre più veloci e dai divertimenti tendenti a passare velocemente di moda, riportare la propria espressione in un ambito antico come l’umanità stessa, ossia la musica dal vivo, è un atto di coraggio che ci ha raccontato con piacere.

Racconti ai nostri lettori com’è nata la band?


La band è nata nel 2015, come duo. Volevamo essenzialmente divertirci e suonare musica psichedelica. Col tempo siamo cambiati, adesso siamo in tre. La nostra musica è più orientata al pop. Non avevo mai sentito i Beatles fino al 2016. C’è quindi un formato pop con base psichedelica.

Qual è il vostro pubblico di riferimento?


Inizialmente, nella fase creativa si punta al pubblico più vasto possibile. Principalmente il nostro è un pubblico anglofono, poiché fra le nostre influenze figurano sicuramente i Tame Impala, Radiohead, St. Vincent. Cerchiamo un pubblico educato al neo-psichedelico. Vorremo puntare al pubblico internazionale. Le nostre canzoni sono in inglese.

È la prima volta che partecipate al DIY Firenze Festival?


Abbiamo partecipato anche alla prima, insieme ai Finister. Penso che la musica dal vivo sia rimasta l’unica realtà intima. Ormai ascoltare musica in streaming risulta talmente facile da svalutare tutto. Portare un progetto dal vivo è una bella responsabilità, così come può essere anche soddisfacente. A Firenze l’attenzione dal parte del pubblico è altalenante. Partecipiamo al Festival anche per attirare l’attenzione di esso, proponendo un bello spettacolo che stimoli l’interesse per questi eventi. È un’opportunità per Firenze, dove la realtà delle band di musica dal vivo è presente, numerosa e forte. Purtroppo da parte del pubblico, come ho già detto, non c’è sempre la risposta che desidereremmo. Non escludiamo un fine pedagogico alla nostra musica.

Avete avuto altre esperienze artistiche fuori dalla realtà fiorentina?


Abbiamo suonato in Emilia due volte ed è andata molto bene. Andammo per un contest, lo vincemmo e in questo modo potemmo aprire il concerto degli Zen Circus a un concerto. Il pubblico rispose molto positivamente. Abbiamo suonato anche a Savignano sul Rubicone, un posto molto piccolo dove il dado fu tratto (ride). Suonammo anche in piazza e il pubblico fu numeroso.
Abbiamo suonato anche a Roma, purtroppo il concerto è stato tenuto alle 20.00 e non c’erano molte persone ad ascoltarci. Il festival era organizzato principalmente da dei collettivi, ragazzi giovani come noi che si sono attivati molto per organizzare un momento culturale e interdisciplinare. Anche il DIY Firenze Festival è un buon formato per raccogliere consensi e attenzioni.

Come può migliorare la realtà fiorentina?

Penso che realtà come questo Festival siano estremamente positive, per quanto difficili da organizzare. Ci dovrebbe essere maggiore collaborazione fra gruppi, maggior coraggio. Solitamente non si osa troppo e questo danneggia l’ambiente. Firenze è ricca di artisti ma non produce abbastanza pubblico, probabilmente manca la curiosità. Ci sono però buone prospettive e margini di miglioramento consistenti.

Qual è il vostro pubblico?

Ci rivolgiamo a gente comune, anche se tuttavia spesso dimostra di non apprezzare musica innovativa. L’intento è quello di educare meglio questo pubblico. I fiorentini a volte dimostrano pigrizia.

Una curiosità: ci racconteresti un aneddoto sulla peggiore situazione in cui abbiate mai suonato?

L’esperienza più negativa è stata forse quando abbiamo suonato alle Pavoniere (un ristorante-pizzeria-piscina al parco delle Cascine a Firenze, NdA). Il pubblico era totalmente disinteressato verso la nostra musica. A un certo punto una signora di una certa età ha esternato, urlando, il suo disappunto. Il batterista ha instaurato una sorta di sfida con la spettatrice (ride). In quel concerto una corda della chitarra si ruppe, è andato tutto malissimo, il morale era sotto i piedi. Mi ha ricordato molto i Blues Brothers (ride).

 

 

Leonardo Mori (il radical)
Chiara Stoppioni (la chic)

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