I GOD OF THE BASEMENT CI RACCONTANO…

In occasione della terza edizione del DIY FIRENZE FESTIVAL abbiamo incontrato le cinque band che si alterneranno il palco. Tutte le band parteciperanno con un ritmo e uno stile diversi, ma con un ideale comune: sostenere l’esibizione della musica dal vivo.
Alle casse di risonanza dei loro concerti se ne è aggiunta un’altra: la nostra! Non riproduciamo tracce musicali o cantati, non trasmettiamo pezzi, trasmettiamo le loro idee e le loro opinioni, elementi che suonano più o meno su ritornelli comuni: creare una comunità artistica, aprire spazi dove esibirsi, sensibilizzare il pubblico all’ascolto della musica dal vivo.
C’è una realtà paradossale a Firenze: all’abbondanza di artisti si accompagna la carenza di spazi.
Abbiamo individuato Firenze come una realtà che stimola gli artisti ma che non ne crea il pubblico o lo spazio. Sono tutti artisti a Firenze? Dov’è il pubblico?
L’artista fiorentino deve essere esiliato per essere apprezzato?
C’è una confluenza di stili e di animi (dal poetico al casinista, dall’esoterico allo psichedelico), ma tutti questi artisti sentono la necessità di creare una robusta realtà fiorentina, attualmente mancante. Noi di Luft abbiamo dato una mano, aprendo uno spazio virtuale dove possano venire fuori le loro problematiche e il loro entusiasmo.  Sound on.

 

Fra una risposta e l’altra, Enrico, chitarrista dei God of Basement, classe 1988 1888, è riuscito ancora a trasmetterci la sua voglia di divertirsi sul palco. Un arzillo “vecchietto”, diciamo noi pischelli nati dieci anni dopo di lui. Per farvi capire quale sia la differenza, lui è nato sotto Craxi, noi sotto Berlusconi. Leggete il tutto con tono ironico: Enrico ha ancora quella voglia di fare casino che diede vita, nella Londra del 2016, alla band. I God of Basement vivono la musica come pura passione, senza presunzioni poetiche o profetiche.

Racconti ai nostri lettori com’è nata la band?

La band nasce nel 2016. L’idea nacque da una convivenza a Londra con un altro membro. Inizialmente eravamo solo noi due, adesso siamo in cinque. C’eravamo ripromessi che se fossimo tornati a Firenze avremmo formato una band. Il nostro intento principale era (ed è ancora) quello di divertirsi, l’aspetto ludico conta molto. La leggerezza e il fare casino sono fra i nostri principi. Nella nostra band siamo tutti più o meno sui trent’anni di età. Non pretendiamo di fare poesia o di lanciare un messaggio.

Che tipo di musica fate?

Facciamo musica ritmata e orecchiabile. A livello di genere, siamo alternative rock. I nostri gruppi di riferimento sono i Beck, i Gorillaz e i Beastie Boys. Ci sono comunque schitarrate e non abbiamo mai incanalato in un unico genere la nostra musica.

È la prima volta che partecipate al DIY Firenze Festival?

A livello di band sì. Personalmente ho collaborato all’edizione del 2018, con un altro progetto. Come gruppo è la nostra prima volta. Lì ho conosciuto Federico Burgio e da quel momento siamo sempre rimasti in contatto. È nata un’amicizia e una collaborazione, quindi credo molto nello spirito del festival. Partecipiamo perché è un’ottima occasione anche per suonare e per creare spirito di comunità.

Cosa ne pensi della realtà artistica fiorentina?

Ritengo che stia migliorando molto, proprio per il principio di collaborazione fra gruppi. Qualche anno fa non c’era questa consapevolezza. Adesso è venuta fuori perché la situazione è cambiata, non ci sono più così tanti talent-scout come negli anni ’90. Il principio più utile è quello di allargare la rete di conoscenze, proprio per espandere il pubblico e collaborare. C’è molto rispetto fra gruppi. Si sta formando un buon ambiente. Non ho mai notato rancori.

A Firenze che tipo di pubblico c’è?

Bella domanda. Il pubblico si sta ampliando, però al momento c’è meno attenzione per la musica dal vivo. Questa cultura va recuperata in Italia, spesso purtroppo c’è pigrizia, anche se non manca l’interesse.

Avete avuto altre esperienze estere o comunque fuori da Firenze?

Abbiamo suonato qualche anno fa a Londra. Il locale era molto piccolo ma il pubblico ha risposto alla grande, benché fossimo un gruppo sconosciuto da una località lontana come Firenze. È stata una bellissima esperienza. Abbiamo suonato aprendo un concerto a Milano. Fu il nostro terzo concerto. Adesso stiamo chiudendo delle date nella penisola.

Cosa ne pensi della realtà fiorentina?

Credo che a livello organizzativo ci sia tanta voglia di fare, tanta disponibilità ad accogliere gruppi di altre realtà. È un modo semplice per crescere tutti insieme e collaborare. Va detto che a Firenze manca un po’ l’educazione all’ascolto e alla musica dal vivo. In altre città più grandi forse c’è più interesse, anche perché vi abitano più persone. L’Italia non promette molto a livello di musica dal vivo.

Come potrebbe migliorare la realtà artistica fiorentina?

Secondo me a livello di amministrazione dovrebbe esserci maggior apertura. Ci vorrebbe più coraggio a livello di locali: spesso non si rischia a chiamare band meno conosciute. Capisco comunque che un gestore non possa investire a fondo perduto, servono certezze. Succede anche che i locali chiamino gruppi sconosciuti ma la situazione potrebbe migliorare.

Una curiosità: ci racconteresti un aneddoto sulla peggiore situazione in cui abbiate mai suonato?

Devo dire che abbiamo avuto piuttosto fortuna in questo. Non abbiamo avuto esperienze assurde. Una volta però ci trovammo a suonare in un centro sociale a Firenze. L’organizzazione era pessima: fino a mezz’ora prima non sapevamo neppure se ci fosse il palco e gli strumenti tecnici adatti per suonare. Una volta trovammo una data all’ultimo momento all’Urban, a Perugia. Fu un onore suonare lì. Un’altra volta a Milano la promoter ci stava trattando malissimo. Il cantante della band a cui noi aprivamo il concerto intervenne, fulminandola con gli occhi e portandoci nel camerino: è stato un getto che abbiamo molto apprezzato.

 

 

Leonardo Mori (il radical)
Chiara Stoppioni (la chic)

 

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