La poesia “per antipatia”: l’ultimo Magrelli (e il ricordo di Sanguineti)

 

La vena polemica e un taglio beffardo; l’io esasperato e una corporalità provata da un “organismo difettoso” – come si autodefinisce, ironicamente ma non troppo, Valerio Magrelli – sono le coppie minime necessarie e costanti dell’ultima produzione dell’infaticabile intellettuale, poligrafo, poeta e professore di Letteratura francese: un impagabile dono all’editoria contemporanea, Il commissario Magrelli (2018) e Sopruso: istruzioni per l’uso (2019).

La condicio sine qua non è lo sperimentalismo onnipresente della produzione Magrelli, con-causa e conseguenza necessaria di un autore che prima d’essere poeta si caratterizza come “un esperimento corporale fallito”. “Si può essere scrittori, non critici: per scrivere non ci vuole nulla, per il mestiere dell’intellettuale servono almeno ottomila ore di volo”, teorizza con fare pungente, in una controversia non solo intellettualistica, ma di natura quotidiana, in una realtà senza soglia, con confini sempre più labili ed evanescenti. “Dobbiamo imparare ad arrabbiarci, a sdegnarci di nuovo”, nelle parole riecheggia immancabile il ricordo del gigante Edoardo Sanguineti, tanto venerato come intellettuale dalla conoscenza sconfinata, e dell’invidiata sententia – che in circa quarant’anni di attività letteraria il Magrelli ha cercato di far sua – “si scrive poesia soprattutto per antipatia”.

Muovendo dal sistema Francis Ponge, si sviscera l’universo di Bertolt Brecht; l’elaborata rete testuale prende vita nella stanzetta petrarchesca del poeta – con Agamben e Dante, la dimensione del pensiero per eccellenza – i cui figli sono due assi tematici portanti: il sopruso quotidiano e la rimozione della vittima.

Una prosa evocativa, fatta di scene composite, quella di Sopruso: cani che ululano, l’antifurto che scatta se un ladro di turno svaligia la macchina del vicino di casa, bambini “in affitto”, radio, televisori: il rumore è un escremento, e chi produce rumore è un “alter privo”, colui che, in una sorta di delirio psichico nazistico, “se ne frega dell’esistenza altrui”. In questo pianeta ego-centrato, l’essere umano deteriorato fisicamente – nel presente caso l’io poetico magrelliano – intercetta il fastidio, fisico prima, spirituale poi, e ne diventa inconsolabile vittima. Due sono gli obiettivi polemici delle Istruzioni per l’uso: i già menzionati alter privi, pronti ad “invadere una Polonia in silenzio” e i “necroburi”, i portatori di burocrazia mortifera: categorie di molestatori seriali, che producono fastidio con ogni mezzo a disposizione.

L’altro è la cloaca maxima di tutte le nostre sciagure. L’unica boccata d’aria possibile è – rispolverando la lezione kantiana – il ripristino dell’ordine dei costituenti legittimo e naturale delle Tavole della Legge: “no, non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te” ma “non fare agli altri quello che essi non vorrebbero fosse fatto loro”, genesi del nuovo Decalogo portatile che supplisce all’evidente e inevitabile – in un contesto come questo – morte di Dio: il nostro “prossimo”, che viene esplicitato solo agli ultimi tre punti del Decalogo; è necessario dunque riportarlo al suo vertice costitutivo: “non avrai altro dio all’infuori di me, tuo prossimo, vicino di ombrellone in spiaggia, di casa, di posto in treno et cetera; ricordati inoltre di santificare il tuo prossimo e – soprattutto – di non disturbarlo invano”.

Il commissario Magrelli è una raccolta poetica nonché aperta e constatata presa in giro del genere giallo. A chi dice “ma c’è stato Simenon” la risposta da dare è “Appunto! Proprio perché c’è stato lui, abbiamo avuto l’eccezione alla regola; un genio c’è già stato, ora basta. L’ambiente è saturo, non c’è più spazio”.

Scrivere un giallo non è produrre letteratura. La letteratura è ricerca, non una produzione “con lo stampino”. Non è questione di “altezza”: “andare in libreria e chiedere un giallo è come andare in farmacia a comprare un cd”. I gialli ammazzano il tempo, ma stando alla lezione brechtiana, non c’è mai tempo in abbondanza per permettersi il lusso di – per l’appunto – ammazzarlo. Una poesia arrabbiata, di matrice sociale, “divisiva” (che è il senso ultimo del libro). Riflessioni sul genere, sulle categorie sociali, su fatti di cronaca (omaggiato, ad esempio, il caso Cucchi):

Visto che tutti i libri
hanno ormai un commissario,
mi faccio commissario
della poesia
e parto sulle tracce dei misfatti
che restano impuniti a questo mondo.

 

 

La pretesa essenziale è proprio l’annullamento di una pretesa, quella che nel genere giallo si configura come trama preimpostata. Al contrario di questo, non c’è nulla da risolvere; se mai ridare voce alla vittima “rimossa”, soppiantata da una narrazione il cui punto focale è deviato. Alla compagine irrisoria si affianca – per un legame di necessità – un microcosmo drammatico, che prende vita gradualmente, fino ad implodere, perché questo commissario, fuori dalla pagina del libro e dalla letteratura d’occasione, nella vita reale sembra quasi far tenerezza. La chiusa, il testo-genitore dell’opera, basato su una falsa etimologia [legalità viene dal latino lex, legis; l’autore finge che sia etimologicamente connesso a ligo = legare]:

 

Legalità è legittima se lega il forte,

se tutela il debole.

È il nodo che scioglie l’umano

legandone i legami.

Non c’è legalità fuori da quel legame

dove si stringe per meglio liberare.

Chiara Memè

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