Naked lunch

“Naked lunch” (tradotto in italiano come “Pasto nudo” o “Il pasto nudo”) è un’opera scritta da William Burroughs, scrittore statunitense attivo nella seconda metà del secolo scorso, pubblicata nel 1959.
È un’opera caratterizzata da una pressoché totale assenza di trama, di dialoghi logicamente connessi fra loro e di caratteri. Un pasticcio più che un pasto, insomma.

Questa recensione potrebbe finire benissimo qui, ma io sono testardo e quindi tenterò di trarne qualche spunto di riflessione, senza alcuna pretesa di essere un critico della letteratura.
Fatta questa premessa (che mi serve più per legittimare qualsiasi castroneria che scrivo più che essere intellettualmente onesto, benché già affermando ciò cada in un paradosso logico inesplicabile, un po’ come se protestassi affinché la gente smetta di protestare), cercherò di dare una brevissima visione complessiva dell’opera.

IL TITOLO


Cominciamo dal principio. Che cosa voleva dirci in realtà Burroughs? Ci sono molteplici chiavi di lettura a riguardo: cercherò di proporre una mia sintesi che spero convinca il lettore.
Il termine “pasto” credo possa essere un riferimento, ironico e acido al contempo, al genere letterario del pastiche. Sono state date tantissime definizioni relative a questo concetto.
Sia sufficiente comprendere a grandi linee questo: qualora un’opera letteraria sia paragonabile a una pietanza, con tutti i suoi ingredienti, la preparazione, la cottura, la presentazione, il pastiche equivarrebbe a prendere parti da più ricette per proporre qualcosa di nuovo. A volte il tentativo riesce e ne esce un’opera come “Pasto nudo”. Altre volte ne deriva qualcosa d’illeggibile, anzi, d’immangiabile: un po’ come un tiramisù a base di funghi, radicchio e panna montata.
Se nei due secoli precedenti a Burroughs il pastiche aveva (talvolta) ottenuto una dignità letteraria ed era stato analizzato in modo critico e in sede accademica, Burroughs distrugge tutto questo e ci presenta non un pastiche, bensì un vero e proprio pasto.
Un pasto solitamente si consuma così com’è presentato. Nessuna persona sana di mente penserebbe di rivestire un piatto di spaghetti con un cappello, prima di consumarlo.  

Scartata questa connessione impropria, il termine “nudo” potrebbe riferirsi al consumatore del pasto.
Gli animali consumano nudi il proprio nutrimento.
Le persone solitamente no.
Chi potrebbe voler consumare un pasto pur essendo privo di vestiti?
Sì, proprio così: una persona alterata o una persona che non può essere vista da altri.
Ci sono tantissimi modi di alterarsi nella società di massa.
Burroughs sceglie le sostanze stupefacenti: l’opzione creativa preferita di moltissimi autori della beat generation.

DI COSA PARLA

Veniamo ora alla parte più problematica: di cosa accidenti parla questo “romanzo” (uso volutamente il virgolettato perché mi trovo incapace di classificare quest’opera)?
Rispondere è complicatissimo.
Innanzitutto, non rispecchia minimamente il flusso di coscienza joyciano. La punteggiatura Burroughs la usa. Piega all’inverosimile la struttura sintattica, certo, ma rispetta la punteggiatura. I periodi sono legati fra loro da un sottilissimo filo logico, talmente sottile da essere percepito creativo e folle al tempo stesso. È l’opera di un individuo che, per chi non lo sapesse, pur provenendo da una famiglia ricchissima, in vita sua sperimentò ogni sorta di sostanze e, nonostante tutto, morì in tarda età.
Ora, fin qui niente di troppo strano. In fondo, adoperare sostanze per stimolare la propria creatività e allargare i propri orizzonti è una pratica comune in ogni luogo e tempo.
Il problema è che Burroughs abbia prodotto quest’opera in uno stato talmente alterato da essere ritrovato da Ginsberg e Kerouac (altri due scrittori statunitensi quasi suoi coetanei) in una stanza, in stato confusionale e con centinaia di fogli che non si ricordava minimamente di aver scritto.

Questo pone anche un duplice problema:
1) Come si fa a ordinare qualcosa prodotto secondo una logica seguita in uno stato così alterato?
2) Come si fa a recuperare qualcosa di valido e lineare se non si può seguire, da “non alterati”, la logica che ha permesso quel processo creativo?

Risposte possibili (per me, non necessariamente per tutti):
1) Non si può. La differenza di coscienza e consapevolezza fra i due stati è talmente profonda che un criterio di ordine e selezione, in uno stato diverso dalla fase creativa, comporta inevitabilmente la perdita di qualcosa, svalutando l’originale. Quest’operazione non è escludibile neppure per i flussi di coscienza privi (o quasi) di punteggiatura: c’è comunque una campagna di revisione, che lo si voglia o no.
2) Per la prima risposta, non si può tentare una minima linearità senza alterare il lavoro complessivo. Arrendendoci a queste due considerazioni, ne consegue che nel riordinamento logico della produzione si potrà aggiungere qualcosa che leghi il tutto, oppure no. Ciò dipende dalla sensibilità dell’autore (traduzione: uno scrittore cattivo, NON un cattivo scrittore, tenterà di confondere al massimo il lettore, soprattutto se lo scrittore è un romanziere o poeta del XX secolo).

L’opera è divisa in sotto-sezioni, segnate da sottotitoli in corsivo.
Queste sotto-sezioni presentano, qua e là, tratti in comune.
Il tratto in comune dominante è, fra i tanti, sicuramente la passione per l’oscenità e il disgusto.
Vi sono scene di necrofilia, pedofilia, violenza, follia, isteria collettiva. Un’intera pagina (e per un romanzo simile posso assicurare che un’intera pagina dedicata al medesimo argomento sia una rarità) è dedicata alla descrizione di folle di adolescenti che compiono atti di follia incontrollata.
Un altro tratto in comune è sicuramente l’espressione della sensazione di soffocamento liberticida che provava l’autore quando scrisse l’opera. È una denuncia fortissima alla società e all’umanità, in particolare alla società e alla cultura statunitensi.  
Questa denuncia non propone niente di concreto. Burroughs è uno scrittore post-moderno e, almeno in questo caso, uno scrittore che ha prodotto un’opera simile sotto effetto di stupefacenti.


STILE

Lo stile dell’autore è prevalentemente non lineare. È frenetico, schizofrenico. I tempi dell’azione ora si dilatano, ora accelerano, ora s’interrompono del tutto per poi ripartire più velocemente che mai. Verrebbe da chiedersi il perché. Non ho una risposta. Posso solo affermare che vi sono spunti interessantissimi da cui trarre riflessioni e stimoli creativi: si passa da un “io narrante” a narrazioni in terza persona, da sezioni intere scritte con il tempo presente ad altre rivolte a tempi passati. Il fatto che la lingua originale dell’opera sia, ovviamente, l’inglese, complica ancora di più il tutto, proprio per le sfumature fra tempi verbali non bene trasponibili nell’italiano. Ci si aggiunga l’utilizzo di neologismi, forme colloquiali e slang esclusivamente statunitensi e capirete come mai non vi siano stati troppi volontari per la traduzione di quest’opera.
Si passa da tecniche narrative tipiche del linguaggio drammaturgico ad altre relative alle pubblicazioni scientifiche, passando da mancati flussi di coscienza (mancati perché tanto frenetici quanto presenti in punteggiatura) a sezioni intere dell’opera che appaiono sulla scena per non ricomparire più. 
Nonostante tutto, quest’opera non è particolarmente difficile da leggere. Non è affatto difficile nella misura in cui ci si arrenda all’evidenza di ricercare una linearità, una logica, un sottofondo comprensibile a un’opera scritta da uno degli autori più problematici di quel periodo.  Assente qualsiasi tipo di messaggio, qualora ci si riesca a spogliare della propria razionalità, si noterà quanto quest’opera possa essere un validissimo motivo di escapismo.
Ci si sente più mentalmente stabili nel leggerla.

“Ah certo, io avrò i miei problemi ma sicuramente non scriverei mai di mercanti arabi che sodomizzano previo equo pagamento chiunque entri nel loro bazar!”
“Quel Burroughs doveva proprio essere fuori di testa a scrivere qualcosa di così frenetico e privo di senso, non come me che passo il tempo libero su Internet cercando risposte!”
“È solo un cazzo di tossico.”


Queste potrebbero essere delle posizioni (attenzione: legittime pur nella loro crudezza) esprimibili dopo la lettura.
Peccato che Burroughs sia molto più di questo.
Forse questo scrittore non voleva dirci niente. Ammesso che ci volesse dire qualcosa, magari il messaggio essenziale potrebbe essere proprio questo: la vita è troppo complessa perché sia compresa e alla fine non c’è nessuna soluzione, né spiegazione.

Consiglio disinteressato n°1: abbandonate ogni logica prima di addentrarvi nella lettura.
Consiglio disinteressato n°2: non leggeteci risposte od omaggi letterari, non ci sono.
Consiglio disinteressato n°3: provate a leggere il libro mentre state mangiando. Nudi.

Leonardo Mori

arte e letteratura cultura letteratura

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