Pacifismo a stelle e strisce

Gli Stati Uniti sono lo stato, militarmente ed economicamente parlando, più potente della storia.
In nessuna epoca della storia dell’umanità, nessuno stato ha mai avuto un’influenza così ampia su una porzione pressoché totale del globo. Nessuno potrebbe mettere in discussione, aldilà delle proprie posizioni politiche, che il loro primato si sia basato anche su un dominio militare che non ha eguali né trova raffronti comparabili nella storia. L’intero esercito dell’Impero romano potrebbe essere spazzato via in poco tempo da una misera frazione della fanteria statunitense.
Se ne potrebbe concludere che, visto tale primato, la stragrande maggioranza della cultura statunitense, l’opinione pubblica e lo statunitense medio siano fieri militaristi convinti.
La situazione, come sempre, è invece terribilmente più complicata e complessa.

È un esercizio utile e divertente, nell’analizzare le attuali culture dominanti o comunque ben presenti sullo scenario politico mondiale, cosa esse abbiano prodotto prima di aver raggiunto una stabile e unita entità politica.
La Divina Commedia di Dante Alighieri, insuperabile capolavoro della letteratura italiana, anticipa di più di cinquecento anni la nascita del Regno d’Italia.
La burocrazia francese è nata molto prima dell’attuale conformazione esagonale dello stato francese.
La traduzione della Bibbia in dialetto sassone da parte di Martin Lutero è di circa trecento anni più vecchia della proclamazione del Secondo Reich e quindi dell’unificazione tedesca.
Tre esempi utili, certamente riduttivi, che possono far comprendere i caratteri nazionali di queste tre entità politiche.
A mio modesto parere, è possibile (ma non è sicuramente detto né pretendo che questa mia opinione abbia un valore dogmatico) rintracciare quindi un carattere lirico degli italiani, un carattere amministrativo dei francesi e un carattere tendente all’ordine dei tedeschi.
Facciamo finta che questo gioco sia valido, solo per un momento: il corpo dei Marines nacque nel 1775, otto anni prima della nascita degli Stati Uniti d’America.
Concentriamoci su di loro per un attimo, ripercorrendo molto velocemente i punti salienti che hanno portato questa federazione ad avere un’impronta profondissima nell’ultimo secolo (non a caso, dal punto di vista storiografico, da molti indicato quale secolo americano).

Alla fine del XVIII secolo, gli Stati Uniti erano una neonata entità politica di modesta importanza, relegata alla periferia del vero centro di potere globale all’epoca (l’Europa), con un’economia prostrata dalla guerra d’Indipendenza e una forza militare di umile entità.
Non esisteva ancora una cultura propriamente statunitense, né una letteratura in tal senso: per arrivare alle fondamenta di esse bisogna aspettare Ralph Waldo Emerson, Walt Whitman, Mark Twain (considerato da Hemingway come il vero padre della letteratura statunitense).
Così si presentava la vita per la maggioranza dei cittadini statunitensi fino alla prima metà dell’Ottocento.

 



Nel secolo successivo, trasformazioni economiche, sociali e politiche legate anche all’istituzione della schiavitù (termine non presente nella Costituzione né nella Dichiarazione d’Indipendenza) condussero la nazione ad una sanguinosissima guerra civile.
La Guerra di Secessione americana è stato, fino ad oggi, il conflitto nel quale gli Stati Uniti hanno registrato il più alto numero di perdite.
Stiamo parlando di un’entità politica che non ha impiegato i Marines, dalla nascita degli Stati Uniti ad oggi, solamente in due anni: il 1977 e il 1979.

Nel corso del XIX secolo gli Stati Uniti, attraversando molteplici eventi e prove (sui quali non mi soffermo per non perdere di vista il vero obiettivo di questo articolo), guadagnarono col tempo sempre maggiore importanza a livello economico.
Dopo la Prima guerra mondiale ottennero il primato economico.
Dopo la Seconda guerra mondiale a quel primato si aggiunse lo status di super-potenza anche a livello politico.
In seguito alla dissoluzione del blocco sovietico, al momento, benché apparentemente in declino e certamente contrastato da altri blocchi, gli Stati Uniti sono l’entità politica più influente a livello globale.

A cosa si deve questo primato militare?
A caratteristiche geografiche: gli Stati Uniti hanno due oceani che li dividono dall’Eurasia.

I loro vicini più prossimi sono, a nord, il Canada (potenza economica di media importanza ma sicuramente non in grado di competere con loro), a sud, il Messico (stato con problemi sociali gravissimi: basterebbe citare le oltre 50.000 morti dovuti alla guerra contro il narcotraffico).

A caratteristiche economiche: gli Stati Uniti posseggono risorse naturali inimmaginabili rispetto al continente europeo.

Per uno stato in cui, al compimento dei ventuno anni, in ogni momento della loro storia, un maschio adulto ha avuto la possibilità di partecipare a un conflitto con un’altra nazione, è indubbio che il carattere militare abbia dei riflessi significativi sulla cultura e sulla popolazione statunitensi.

È davvero così?
Gli statunitensi sono un blocco omogeneo, bellicoso, aggressivo e guerrafondaio?

Nel 1849 Henry Thoreau pubblica Disobbedienza civile, opera scritta in prigione. Thoreau era stato arrestato e recluso per non aver pagato alcune imposte destinate alla guerra contro il Messico.

Tutti conoscono, anche se superficialmente, le manifestazioni pacifiste e le proteste contro la guerra del Vietnam negli anni ’60 del secolo scorso.

Il più grande e numeroso movimento pacifista al mondo è negli Stati Uniti, dove le armi da fuoco superano il totale della popolazione (includendo infanti, anziani e tutti coloro impossibilitati, per un motivo o per un altro, ad imbracciare un’arma da fuoco).

È l’ennesima, inquieta, affascinante contraddizione intima al mondo statunitense in ogni suo aspetto, sia esso sociale, economico, culturale o politico.


Questa contraddizione affiora, a parer mio, in modo violento ed eufonico nel brano Volunteers del gruppo statunitense Jefferson Airplane.

L’esecuzione del brano dal vivo al Festival di Woodstock, nel 1969, è la testimonianza più viva e ineffabile del pacifismo a stelle e strisce e delle contraddizioni profonde che gli Stati Uniti, da qualunque punto di vista li si guardi, incarnano.

Un brano dove l’elemento bellico-militarista riaffiora attraverso i due secoli (fino al 1969) di vita dello stato americano.
Un brano dove si enuncia la volontà di partecipare a una rivoluzione prima di tutto sociale e di ingrossare le fila di un esercito per la pace, nella consapevolezza (stavolta veritiera e non contraddittoria) che tutti gli uomini sono creati uguali e che essi godono di diritti inalienabili, fra i quali figurano la vita (e non la morte), la libertà (non di uccidere chi non ci sta a genio) e la ricerca della felicità (impossibile in una situazione di conflitto).
Attorno a questi punti sta tutta la potenza espressiva del brano.
È come se dicessero “sì, siamo statunitensi, non possiamo ignorare che la nostra cultura abbia espresso continuamente conflitti e aggressività nei confronti di altri stati e di nemici interni. Dobbiamo arruolarci? Tanto vale farlo per una causa che sentiamo veramente nostra”.

In un mondo in conflitto e in tensione quotidiana, sarebbe bene riflettere su quanto sia utile, per noi privilegiati e fortunati, per noi che non viviamo in stati in guerra, lottare per la causa pacifista.

Allora il Signore disse a Caino: «Dov’è tuo fratello Abele?». Egli rispose: «Non lo so; sono forse il custode di mio fratello?»

Genesi 4,9

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Leonardo Mori 

internazionale politica

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