Tra le mie braccia

Dedicato a tutti quelli che, almeno una volta nella loro vita, hanno scritto qualcosa a una persona con la quale si sono mostrati vulnerabili e che adesso non c’è più.

 

Mi piace la letteratura.
Penso che la letteratura sia una delle più alte espressioni dell’animo umano e che, senza di essa, gran parte della vita sarebbe buttata via.
Sono un giovane maschio eterosessuale. Preciso la mia condizione perché tu possa inquadrarmi, giudicarmi e mettermi in una categoria. Come altro dato, scrivo in italiano, la mia lingua madre.
La letteratura della mia lingua è nata e si è sviluppata intorno a un tema a me molto caro: l’amore verso una donna.
Fino a non molto tempo fa, l’istruzione è stata riservata solo ai maschi. Ne consegue che, essendo la maggioranza dei maschi, nelle varie epoche della storia, eterosessuale, il tema dell’amore verso una donna abbia trovato tantissimo spazio.
L’uomo non è sempre uguale a se stesso: cambiano le forme, cambiano i suoni, cambiano gli spazi e i tempi in cui agisce e consuma la propria vita.

Cosa ci lega a una persona, quando essa non è più con noi? I ricordi, sepolti nella nostra psiche. Ricordi che affiorano grazie a un odore, alla battuta di un amico, a una canzone, a qualche parola letta, ascoltata o pronunciata senza pensare che ci riporta, almeno col pensiero, a un periodo ormai perso nelle sabbie del tempo. A volte questi ricordi ci colgono completamente alla sprovvista, riemergono dal terreno dei nostri pensieri, dalle tombe delle nostre emozioni che credevamo sepolte e che invece per un breve momento ci guardano, con pallore cadaverico e occhi privi di iride.

Nella mia vita ho avuto la fortuna di rapportarmi con donne singolari. Certo, avevano tutte qualche tratto in comune sui quali sorvolo per rispetto prima di tutto verso i miei confronti e, solo successivamente, verso i loro.
Non devo fare troppi sforzi per rileggere qualche pagina dal libriccino dei miei ricordi, sfogliati come l’Aida protagonista, per me, più di Rino Gaetano che di Giuseppe Verdi.

Cerco di ricordarmi come fosse il mio aspetto, cosa facessi in quel periodo, dove vivessi e cosa provassi. Mi aggrappo ai ricordi più dolci, guardandoli senza tristezza né gioia, senza indifferenza né malinconia, sforzandomi di non farmi trascinare a fondo da ciò che è stato e che ora non è più. Beninteso: ho superato ogni trauma e chiusura, non v’è nostalgia. Se qualcosa ha avuto fine, è perché vi erano più motivi e, qualora non ve ne siano, ho già fatto i conti con me stesso nell’apporre significato a tutto ciò.

Nel mio pensiero cerco di ricordarmi la dolcezza di momenti di pace.
Ho la pelle d’oca nel ripensare a quella sensazione di calore e quiete scioltasi dopo un rapporto sessuale cui la mia cultura ha dato, fra le tante perifrasi, una connotazione che rimanda all’industria (intesa come qualità e non come sistema produttivo) e all’artigianato.
“Fare l’amore” può voler dire proprio questo: produrre qualcosa con cura, con perizia, certamente con qualche inciampo, gattonando, battendo la testa, piangendo, strappandosi i capelli, urlando, incontrando la lingua altrui, chiudendo gli occhi, scrivendo, comunicando… tutti ostacoli, tutti aiuti che concorrono a questa definizione dal significato profondo e ineffabile.

Allora mi chiedo cosa abbia provato, nel ricordo in questione, l’altra persona.
Si sarà sentita protetta?
Quali pensieri e quali emozioni avranno attraversato la sua mente?
Voleva davvero essere lì?
Tutti interrogativi destinati a rimanere irrisolti e sui quali chiunque (o almeno chiunque abbia investito emotivamente in ciò) si è interrogato almeno una volta.

C’è chi come me ha risolto tali interrogativi scrivendo.

È con questo spirito che rileggo ciò che ho scritto a varie fanciulle, negli anni.
Senza sforzo e senza affanno assolvo i loro comportamenti nei miei confronti, censuro i miei errori, le cose che non andavano e anche quelle che sono andate. Guardare indietro a mente fredda, per questi eventi, è per me impossibile: troppa vita è passata sotto i ponti, troppi eventi sono stati portati via dalla corrente e non sono recuperabili.

Ed ecco che rivedo un romanzo (sì, un romanzo) scritto per il compleanno della ragazzina di cui ero innamorato al liceo.
Lo trovo lì, innocuo, finito quasi per sbaglio sulla scrivania del mio portatile, chiedendomi per un momento come sia sopravvissuto a sei anni, forse sette, di produzione e di vita.

Vita e letteratura non sono compatibili. La prima è infinitamente più grande e ricca della seconda per essere rinchiusa in carta e inchiostro. Ci sono troppe cose, troppo da narrare, troppo da esprimere.

Rivedo poi altri brani: brani di commiato, brani di scuse, brani d’intimità, brani di coesione e d’intesa che, anche se letti da altre persone, sono i ricordi più pregiati dello scrigno pieno di cianfrusaglie arricchitosi col tempo.
Allora sì, allora sì che penso a quanto sia stato ingenuo, quanto sia stato debole, quanto sia stato giudizioso e forte. Sono stato schiacciato e ho offeso.
Umiliato e offeso, tanto per riprendere il titolo di un romanzetto da quattro soldi russo di un certo Fëdor Dostoevskij, tento di dare significato a quanto scritto.

Sono una persona diversa?

Ho scritto che dopo la tensione c’è la quiete. Ecco, è proprio quella quiete, quella catarsi, quella sensazione che riaffiora nello scandagliare quanto da me espresso per fanciulle che hanno comunque potuto raccogliere un frammento di ciò che sono. Quel che hanno poi tesaurizzato oppure no, non mi riguarda. Si potrebbe anzi dire che non fosse quello il fine: non era tanto la volontà di condividere qualcosa, di farle entrare per un attimo nel mio mondo e far vedere loro chi io sia veramente. Non era neppure un tentativo di sopperire a un’inadeguatezza né un gesto di sottomissione. Erano semplicemente scritti che ho voluto condividere ed esprimere per quel paio di occhi che più mi facevano emozionare.

Rileggo quel che ho scritto, cerco di trovare un senso, una direzione, un significato: tutto inutile, è tutto perduto sottoterra e non ho voglia di scavare. È una miniera perduta per sempre, un filone esaurito.

Un lampo.
Una testa sopra il mio petto.
Una mano che accarezza dei capelli.
Un bacio.
Due persone sdraiate nello stesso letto.
Due occhi.

Inspiro: è tutto qui, dentro di me.
Per un momento, è stata lì.
Tra le mie braccia.

 

Leonardo Mori

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