“Zobi la mouche” -Les Négresses vertes

Quella che vedete in copertina è la copertina dell’album dei Les Négresses Vertes Le grand déballage (2002), pubblicato nel 2002.
Il gruppo esordì nel 1988 con l’album Mlah (dall’arabo, letteralmente “tutto bene”). Il loro genere musicale è definibile come patchanka, una produzione musicale dai contorni misti e globali. Per intendersi, l’esponente più conosciuto di questo genere è Manu Chao.
È interessante notare che i membri dei Les Négresses Vertes fossero francesi figli di immigrati algerini. Négresses vertes significa “negri verdi”: termine dispregiativo per indicare gli stranieri immigrati in Francia dalle sue colonie.
Dobbiamo fare un brevissimo passo indietro, prima di addentrarci nell’analisi del loro singolo di maggior successo.

Nel corso dell’Ottocento, la Francia seguì una progressiva campagna di colonizzazione di molte parti dell’Africa. Il continente con la maggiore presenza della lingua francese, al mondo, è proprio l’Africa per questo motivo.
L’Impero coloniale francese, così come tutti gli altri imperi coloniali europei, conobbe un periodo di fortissima crisi a partire dal secondo dopoguerra. Non è mia intenzione esaminare tutte le cause che portarono alla sua dissoluzione.
Quel che mi interessa segnalare è una questione in particolare: la questione algerina.

Dal secondo dopoguerra, la Francia tentò di mantenere il controllo delle sue colonie extra-europee. Nel 1954-1955 dovette abbandonare il Vietnam, il Laos e la Cambogia, un territorio molto vasto e dall’importanza strategica ribattezzato “Indocina francese”.
I francesi se ne andarono ma la situazione non migliorò. Ah sì, ci fu anche una piccola scaramuccia (di cui forse avrete sentito parlare) chiamata “Guerra del Vietnam”.
In Indocina i francesi combatterono, poi decisero di lasciare il testimone alla diplomazia internazionale ma non ci furono eccessivi spargimenti di sangue. In Algeria questo non avvenne.
L’Algeria era una colonia francese dagli anni ’30 dell’Ottocento. Era considerata parte del territorio nazionale francese, non una colonia. Lo slogan, condiviso dalla maggior parte dell’opinione pubblica francese negli anni ‘50, era il seguente: “La Francia è l’Algeria e l’Algeria è la Francia”. Per questo motivo, le spinte separatiste e indipendentiste francesi erano state represse con la violenza: vi piacerebbe se la regione Lazio si staccasse dall’Italia e formasse uno stato autonomo?

algei
Donne di Algeri nei loro appartamenti Eugene Delacroix, olio su tela, 1834, Louvre, Parigi Il quadro è posteriore di quattro anni alla conquista di Algeri da parte dell’esercito francese, data simbolo d’inizio dell’occupazione francese dell’Algeria. Fra i vari elementi del quadro, spicca il narghilè in posizione quasi centrale: provate a rileggere qualche brano dei “Paradisi artificiali” di Baudelaire e capirete quanto la letteratura francese deva all’esperienza coloniale francese in Algeria.

Nel 1962, dopo un lungo e sanguinoso conflitto con il Fronte di Liberazione Nazionale algerino, un feroce dibattito interno all’opinione pubblica francese e un tentato colpo di stato, De Gaulle concesse a luglio l’indipendenza dell’Algeria.
Se paragoniamo la Francia a un esagono (ed effettivamente questa figura geometrica assomiglia molto ai confini francesi, qualora si guardi la terra conquistata dalle legioni di Giulio Cesare più di duemila anni fa), sicuramente almeno un lato ha tratti misti alle culture africane.
Moltissimi immigrati, nei circa tre secoli di colonialismo, giunsero in Francia e contribuirono a definire il profilo multiculturale della nazione che diede i natali a Voltaire.
Risultato? Già dagli anni ’60 in Francia si potevano vedere poliziotti di colore per le strade: avevano sicuramente il vantaggio di conoscere già la lingua, insegnata in tutte le scuole dei territori controllati dall’impero coloniale francese, certo, ma ridurre la complessissima vicenda migratoria francese solo a questo è fin troppo semplice.

Veniamo dunque a questo brano.
Zobi la mouche, “Zobi la mosca”: la canzone parla di Zobi, uomo frequentatore di locali parigini, dallo spiccato accento algerino, inaffidabile e gaudente.
Un personaggio che sembra affiorare dalle pagine di Maupassant.

STRUMENTI

Particolarmente efficace è la scelta degli strumenti musicali, provenienti (tratto caratteristico del genere patchanka) da diverse culture liricamente unite.
Fra essi distinguiamo chiaramente:
– Una fisarmonica: la cultura tradizionale francese, uno strumento che incarna l’Ottocento e il Novecento francese (e non solo) appieno che fa da sottofondo;
– Due chitarre: una che simboleggia il legame con la musica latino-americana, l’altro il discendente del liuto trobadorico (quindi un legame anche affettivo, “filosofico”, con la lirica trobadorica e tutta terrena che accomuna i trovatori provenzali e i membri del gruppo);
– Tamburi suonati a mano: l’elemento nordafricano, arabeggiante e algerino;
– Nacchere: ancora un elemento latino o spagnoleggiante.

COMMENTO AL TESTO

Cantato in un francese che volutamente ricalca i ritmi tipici dei figli di prima o seconda generazione algerini, il titolo stesso del brano è una provocazione (oltre al nome del gruppo) agli stereotipi sugli immigrati franco-algerini nella Francia del secondo dopoguerra.
Zobi, il protagonista, è un uomo vagabondo e dalla potente carica sessuale che cerca di esprimere seducendo una ragazza, ma non una ragazza qualunque, probabilmente una “brava ragazza bianca francese”.
La chitarra che accompagna i primi trenta secondi del testo, accompagnati dalla voce del cantante, è sì un omaggio alla musica latino-americana (vera base del patchanka), ma ha ritmi che ricordano quasi il Sahara.
Dopo trenta secondi esatti inizia la canzone vera e propria: sembra di essere catapultati in un bazar nordafricano, fra colori, suoni e immagini orientaliste (e non orientali). La risata dell’anziano a 1:04 potrebbe essere quella di un anziano commerciante algerino, di un gitano apolide o di un qualunque signore francese in una cantina di Montmartre.
È la fisarmonica che apre il testo e cuce insieme i ritornelli: oltre alla sua versatilità, strumento difficilissimo da padroneggiare, riesce a unire le varie culture della canzone. Questa scelta sembra quasi volerci dire che le conseguenze storiche del colonialismo francese possano, provocatoriamente, portare a qualcosa di buono: popoli e culture differenti e che non erano mai venute in contatto si ritrovano a comunicare, per la prima volta in assoluto, a causa della lingua dei colonizzatori.
Brano veramente eclettico e frizzante, sono sicuro che questo ritmo semi-sconosciuto vi piacerà.
Se volete capire cosa abbia significato essere un franco-algerino nella Parigi di fine anni ’80, non potete non ascoltare questa canzone.

 

 
Leonardo Mori

dal mondo musica

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: