Intervista a Simon Skunk

T: Simone Sartini, in arte Simon Skunk, è un rapper classe ’91 del pesarese, esploso nella scena italiana grazie alle sue numerose battle di freestyle tra cui, tra le tante vittorie, annovera un titolo da finalista al Fight Club 2018, un altro titolo da finalista per il Tecniche Perfette Emilia 2019, un titolo di campione del Tecniche Perfette Marche 2018 e la partecipazione tra i migliori 16 d’Italia al Mic Tyson 2019, selezionato da Nitro.

Potremmo quindi dire che stiamo parlando con un veterano ormai. Ma com’è che hai iniziato?

S: Beh tutto è iniziato guardando MTV, poi da lì ad un certo punto ho sentito qualcosa ed ho deciso di iniziare a vivere il rap dal vivo. Ci sono stati due momenti sicuramente fondamentali che hanno contribuito a tutto questo: innanzitutto un mio vecchio amico che mi passava le canzoni mp3 da emule e che mi mostrò l’esistenza di blog di freestyle scritti su internet. Così iniziai a fare le prime rime e le prime sfide su sms, sino ad arrivare al Fanella, la squadra di calcio dove giocavo da ragazzino. Ogni fine allenamento nello spogliatoio prima delle docce giocavamo ad insultarci la madre e quindi ho detto, perché non farlo sopra a un palco?

T: Questa degli spogliatoi mi mancava! In realtà anche quella dei freestyle scritti…

S: Sì, che poi se non rispondevi entro uno o due minuti voleva dire che avevi perso, perché ci stavi pensando troppo.

T: Delle vere e proprie battle quindi ah!ah!ah! E tra un messaggio e l’altro, quand’è che hai capito che il rap sarebbe diventato una parte di te, quantomeno nella quotidianità?

S: Onestamente non ci ho mai pensato, non saprei darti un momento preciso. Inizialmente forse, sia per una mia chiusura mentale, che per la mancanza di eventi intorno, pensavo di essere un lupo solitario e quindi non faceva parte della mia vita. Poi, con la nascita delle prime Jam a Pesaro ho conosciuto Frank e Tusco e lì è forse iniziato tutto. Erano ragazzi che venivano a Pesaro soltanto per fare battle. Questo concetto mi aprì un nuovo sguardo, mi diede quello spirito di avventura che poi mi ha portato a girare l’Italia, ma soltanto vincendo ho realmente compreso che il freestyle era una parte di me.

 

T: Parlando di battle, visto che hai parlato dei tuoi viaggi in giro per l’Italia, da dove ti è nata questa voglia? Pensi che fare le battle sia fondamentale per fare rap?

S: Nasce dal divertimento sano, che per noi giovani oggi sembra qualcosa di raro ma che il freestyle rappresenta appieno. È un’arte. Insulti le persone con cui poi mangi e dormi assieme, ti insegna quindi secondo me tanto altro oltre al fare musica… che è già importante in sé.

Per quanto riguarda il rap penso che sia un discorso più personale, come in generale il fare musica.

È tutto molto soggettivo, non esiste una risposta univoca. Penso che la cosa più importante sia avere una motivazione, poi il resto viene da sé.

 

T: Beh devi avere avuto una grande motivazione visto che Nitro ti ha chiamato per il Mic Tyson 2019, cos’è stata per te quella scelta e cos’ha rappresentato per la tua carriera?

S: A dire il vero quando uscirono i nomi ero a Pesaro con altri rappers che avevo finito di fare freestyle e me ne stavo tornando verso casa quando un amico mio mi ha chiamato riferendomi la notizia, io però pensavo mi prendesse in giro e quindi ho chiuso la chiamata, per cui l’ho vissuta in due momenti separati. Da quando l’ho saputo a quando me ne sono reso realmente conto.

Sicuramente è stata una grande soddisfazione, ma il viverlo ancora di più. Si facevano le prove microfono, le persone quando ti affacciavi gridavano il tuo nome, insomma… per me è significato come un punto di arrivo che non avevo nemmeno calcolato. Avevo pensato a fare freestyle e basta fino ad allora e non a farne una professione. Sono arrivato lì perché spaccavo non perché ero amico di amici e questo è un altro aspetto bellissimo del freestyle, la meritocrazia.

T: Diciamo che però bisogna farsi anche notare e tu direi che lo hai fatto abbastanza. Ad esempio tutte le volte che hai partecipato al Tecniche Perfette ottenendo nel 2018 anche il titolo della regione Marche e arrivando alla finale emiliana del 2019.

Visto che sei juventino, si può dire che è un po’ la tua Champions?

S: Assolutamente! Sì, è stata la mia Champions. La finale nazionale del Tecniche è sempre stato il mio obbiettivo e non avrei mai pensato di rappare su quel palco e a dirmelo, è stato lo stesso che mi aveva avvisato del Mic Tyson. È arrivato, mi ha preso e mi ha portato ad Osimo dove ho vinto il titolo delle Marche che mi ha permesso poi di partecipare alla finalissima.

T: È un po’ il tuo angelo custode insomma?

S: Diciamo di sì, ma lo sono anche io per lui.

T: Che differenza c’è tra il Tecniche ed il Tyson?

S: il Tyson ti rende un professionista e ti trattano come tale. Fai delle prove su come funziona, ti leggono il regolamento, hai un lungo backstage, la live Twitch, insomma è un vero e proprio evento.

Il tecniche invece è al mammamia, casa mia. Quindi per me è molto più emozionante, molto più teso. Diciamo che il Tyson è stato come andare a Mirabilandia e dare uno sguardo al professionismo di come vorrei che si evolvesse il freestyle.

T: Come mai invece, nonostante le battle e la popolarità, oltre a qualche singolo su youtube non hai ancora fatto uscire un ep o un album?

S: La popolarità tra virgolette… chi ascolta freestyle non è detto che ascolti anche le canzoni. Devi scindere le due cose e trovare il tempo per fare entrambe, ma le gare ne prendono già tanto. Se ti alleni nel freestyle non vuol dire che ti stai allenando anche nei testi perché lì dopo hai da pensare anche al mix e al master ad esempio. Nonostante ciò i live però riesco a farli grazie al freestyle ed invidio chi riesce a fare al meglio entrambe le cose. L’Elfo ad esempio è bravo in entrambe ma si è dato prima ad una e poi ad un’altra, quindi magari ora che ho una certa età penso che farò un po’ come lui e inizierò a concentrarmi più sui pezzi.

T: Visto che lo hai detto tu stesso di iniziare ad avere una certa età, vorrei chiederti appunto come hai vissuto e cavalcato entrambe le ere, quella rap e quella trap… spesso si dibatte molto sulla questione, quindi ecco… risolvici questo enorme dilemma, come ti poni nel conflitto e se pensi sia giusta questa distinzione?

S: Vedi, io penso che tutto faccia parte del gioco, anche il conflitto che è un conflitto fino a un certo punto.

Le scene più potenti come quella americana, inglese e francese se ne fregano del conflitto, anzi le contaminazioni sono più che apprezzate. Anche se è giusto che ci sia chi ricerca quella purezza di suono e di sound non è giusto ascoltare sempre gli stessi dischi degli anni ‘90 secondo me. Un rapper oggi deve saper fare entrambe le cose, quello che però è più importante è crearsi un’identità musicale visto che c’è una grande omologazione.

Come diceva Freud dal conflitto si risolve la salute mentale. Quindi risolto il conflitto si farà musica migliore.

Supreme ad esempio ha messo d’accordo tutti ed anche se può non piacerti bisogna riconoscere che qualcosa si sta muovendo.

T: Bene, veniamo ora alle tre domande finali di routine… Il tuo artista e la tua canzone preferita?

S: È una domanda difficile, potrei rispondere ogni volta in maniera diversa a seconda del momento.

Sicuramente consiglio Kendrick Lamar, e la sua canzone “m.A.A.d city”.

Descrive delle immagini di lui che vive la città e ad un certo punto, dopo le nefandezze che ha visto, dice una frase: “sono Lamar, se a 12 anni avessi sparato a un nero tu ci crederesti” e questa per me in sintesi è dimostrazione di cos’è il rap, una storia cruda e sconosciuta che ti entra dentro.

T: Se invece potessi fare un feat con chiunque chi sceglieresti e perché?

S: Uno sicuramente è irrealizzabile e sarebbe con i Beatles, ma giusto per vedere come va a finire una giornata in una stanza con John Lennon e gli altri.

Se invece dovessi dirtene uno che comunque rimane impossibile allora direi Fibra. Se sei un rapper e sei delle marche direi che dopo aver fatto un feat con lui puoi dirti più che soddisfatto. Nei suoi primi tre dischi parla di noi, delle nostre storie: “la mia provincia la giri in 20 minuti”. Mi ci rivedo molto nei suoi testi e per questo, tra tutti, se proprio potessi, vorrei condividere con lui questi racconti.

 

T: È rimasta l’ultima domanda… cosa diresti a qualcuno che si avvicina al rap oggi? Cosa gli consiglieresti?

S: C’è solo una cosa da consigliare, divertirsi ed ascoltare tutto, senza pregiudizi, anche nello scrivere canzoni. Scrivi e ascolta quello che ti fa sentire bene, perché è soltanto così che può iniziare un viaggio che potrebbe essere e di ricordarsi che senza input non hai output.

 

Teobaldo Bianchini

italiana musica

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